Milano 23 – Tre rivoluzioni

Crop

Tre rivoluzioni, tre differenti modi di metterle in scena: l’istinto di Nidal Hassan, la naturalezza espressiva di Luciana Kaplan e la razionalità visiva di Marouan Omara e Johanna Domke, offrono differenti percorsi alla visione, invitandoci a riflettere sui fatti, ma soprattutto e ancora una volta sulla incidenza delle immagini che accompagnano il farsi della storia.

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True story of love, life, death and sometimes revolutionTre modi differenti di raccontare le rivoluzioni nei percorsi degli autori presenti nella sezione del concorso dei documentari e cortometraggi: le fiamme rivoluzionarie dell’area del Maghreb e  la silente rivoluzione politica tra le montagne messicane.

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True Story of Love, Life, Death and Sometimes Revolution del siriano Nidal Hassan prende le mosse da un progetto che il regista e la sua collega Lilibeth Cuenca devono realizzare con il sostegno di un festival danese. L’idea è quella di girare un documentario sulle donne siriane. Il loro arrivo a Damasco proprio allo scoppio della rivoluzione cambia il contenuto del film e anche le vite dei registi.

Hassan realizza un lungo making off del suo film, il film è fatto della stessa materia dei suoi retroscena. True Story of Love, Life, Death and Sometimes Revolution continuerà a raccontare della vita delle donne, ma alla luce dei rapidi spostamenti dei loro autori, della contingenza dei fatti, della immanenza degli eventi. Dentro un disordine apparente, che è determinato dall’incalzare dei fatti e dalla sparizione delle persone, dentro una improvvisa precarietà esistenziale, c’è il tempo per l’amore e il film diventa anche la cronaca fedele di questi incontri improvvisi e felici nello svolgersi di una guerra che si inasprisce e sembra non concedere scampo. L’occhio vigile di Hassan coglie le numerose sfumature di una condizione inattesa, il taglio da reportage che occasionalmente il film assume è sfumato dentro una cura insospettabile per l’inquadratura tenuto conto delle situazioni anche emotive che traspaiono da questa cronaca filmata. Il pregio del film sta nella sua tensione, un possibile limite in certe lungaggini di cui Hassan sembra innamorarsi.

Si svolge tra i monti della regione messicana di Oaxaca la vicenda di Eufrosina' Revolution La revolución de los alcatraces dell’argentina Luciana Kaplan.

Ci sono storie che colpiscono per la loro semplicità, per il loro lineare e naturale svolgersi, perfino per il loro previsto finale. La storia di Eufrosina è di quelle che appartengono a questa categoria. La vicenda è raccontata con altrettanta naturalezza dalla Kaplan in un film che procede con una narrazione tutta sottotraccia, in cui alcuni particolari della quotidianità spiegano l’humus dal quale prendono origine le motivazioni politiche della protagonista e questi momenti si trasformano in altrettanti picchi emotivi del film. L’ascesa politica di Eufrosina che si pone alla testa di un movimento che rivendica il diritto di voto per le donne e che sfocia nella elezione della sua leader al consesso comunale della regione, è il tema di questo racconto. Davanti alla macchina da presa della Kaplan che è “costretta” ancora oggi a filmare una storia del genere, Eufrosina si racconta, esponendo la sua semplicità e le sue paure davanti al peso delle responsabilità che le vengono affidate, per lei che in fondo è solo una donna del villaggio che ama i suoi luoghi ed è benvoluta dai suoi compaesani. Ma la rivoluzione avviene ed Eufrosina, vestita a festa, partecipa emozionata all’assemblea dei politici eletti. Legge il suo discorso e porta la sua semplicità quale contributo alla causa.   

Nella sezione del concorso cortometraggi ritroviamo uno degli oggetti più interessanti, vivaci e stimolanti visti finora. Il film si chiama Crop per la coregia dell’egiziano Marouan Omara e della tedesco-argentina Johanna Domke. Il film è un lungo fuori campo in cui la voce narrante, un fotoreporter è in ospedale per un infarto. Perde l’occasione di documentare la rivoluzione di Piazza Tahrir, ma può riflettere sul suo lavoro, sull’uso dell’immagine da parte del potere da Nasser a Mubarak e sul suo futuro di cronista fotografo.

CropÈ la forma scelta dai due registi per mettere in scena il racconto a costituire il motivo di interesse di questo piccolo e straordinariamente originale film. Mentre la voce off del fotoreporter racconta la sua esperienza e soprattutto riflette sull’uso delle immagini da parte del potere che se ne appropria per celebrare il proprio dominio e per manipolare la realtà, sullo schermo scorrono le immagini della redazione di Al Ahram il quotidiano egiziano più diffuso i cui uffici contano più di sedicimila impiegati. 

Il film possiede una sua forza segreta, una sua magnetica attrazione e il processo di fusione che lo spettatore compie nel dare unità al racconto delle immagini e a quello della voce che può apparire solo cerebrale, diventa, invece, istintivo e immediato. È questo un altro modo per raccontare le motivazioni di una sanguinosa rivoluzione, dentro una manifesta invisibilità delle immagini, che si trasformano in una altrettanto epifania del potere. Tanto più è negata la visione delle immagini di una rivoluzione, tanto maggiore diventa l’efficacia di quelle che invece vediamo. Perché in quelle scorgiamo il farsi della comunicazione, il lavoro che la precede e che la mette a disposizione di tutti, vediamo e comprendiamo il farsi della falsità, il compiersi della menzogna. Comprendiamo quindi il desiderio del fotoreporter che dopo anni di pessimo utilizzo delle sue immagini da parte di un potere insaziabile di propaganda mediatica, rifiuti di proseguire oltre per non esserne ancora involontario complice proprio nel momento in cui il popolo in rivolta si sta raccontando attraverso le proprie immagini avendone finalmente compreso il senso e possedendone ora gli strumenti.

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