Navidad, di Sebastián Lelio

Nato nella Rèsidence del Festival di Cannes, Navidad segue il flusso della volontà primaria di Sebastian Lelio – dopo la sua opera prima La Sagrada Familia (2006) – che si stacca del cosiddetto Nuovissimo cinema chileno e invece di fissarsi sui processi collettivi, la comunanza ideologica e sull’eco della storia recente – scavando nella ferita ancora aperta e ripiegandola all’infinito – dà uno sguardo all’intimo, alle dinamiche interne e interpersonali dei personaggi. Muovendosi sempre nei confini dell’improvvisazione, o almeno giocando con l’illusione di un qualcosa di spontaneo, come modo di raggiungere una verità, lo sguardo di Lelio s’intromette nei corpi cinematografici senza pudore né sosta, in modo invadente, quasi soffocante, come se volesse spingere i personaggi fino a togliere il fiato, per poi dargli la possibilità di liberarsi.

Lontana dall’estetica pulita, onirica, colorata e di fotogramma-simbolo di Una Donna Fantastica (candidato agli #Oscars2018 come Miglior Film Straniero), Navidad è nella sua condizione d’esperimento, una prova che si afferma nel fare, forse nella dialettica del “tentativo-errore”, un corpo organico che si costruisce in movimento; può risultare goffo e impulsivo, ma sempre cerca di fluire. Rivediamo il film del 2009 insieme questa sera alle h 20 da Sentieri Selvaggi per I nostri Oscar, INGRESSO GRATUITO

E appunto, i protagonisti sono tre Adolescenti, Aurora (Manuela Martelli), Ale (Diego Ruiz) e Alicia (Alicia Rodriguez), che durante la vigilia di Natale si ritrovano in una casa vuota tra le montagne di Santiago del Cile – dove Aurora abitava fino a poco prima con il suo papà appena morto – rifugio che li protegge dalla realtà. Mentre Aurora e Ale percorrono la casa, muovono scatole e aprono le finestre lasciando entrare la luce e l’aria, il loro rapporto fa vedere anche le proprie debolezze, si rivela un luogo chiuso che deve ancora illuminare i suoi angoli più bui. La dimensione in cui si svolge la loro scoperta diventa anche un labirinto, dove ogni stanza umida, ogni materasso avvolto nella plastica, ogni mobile coperto di polvere significa anche la possibilità di una nuova delusione, un nuovo senso di vuoto.

Più che dal “dentro”, le minacce vengono proprio dal fuori campo, da quello che non si martellivede, da un immaginario assente ma che sconvolge la realtà: la figura del padre autoritario dai cui Ale vuole scappare, la madre che come una casa vuota, non riesce a proteggere sua figlia, la ragazza argentina che continua a inviare lettere e pacchi a Aurora, mettendo in gioco la sua sessualità. Oppure qualsiasi sconosciuto che potrebbe arrivare senza avviso e interrompere la loro clandestinità. Finché questa presenza oppure minaccia diventa viso e corpo attraverso Alicia, una ragazza diabetica di 15 anni che i due trovano svenuta per terra nel giardino della casa. Lei è una intrusa involontaria, anche una fuggitiva, che porta con sé un’altra storia. Le loro vite si incrociano come per inerzia e diventano diverse versioni dello stesso racconto, come dentro un caleidoscopio dove tutto può essere il riflesso di un’altra cosa.

Ma perché proprio Navidad? Cos’è venuto prima, il nome del film oppure la storia? Si tratta semplicemente di una scusa, un elemento drammatico basato sul caso? Il Natale, il festeggiamento, la tradizione, più che essere reso a modo di un regalo o un rituale, si percepisce nella idea di rinascita, di luce dopo il buio, di vita dopo una morte. Ma soprattutto nella figura del padre come presenza onnipresente, storica, impalpabile ma ricorrente – il padre morto di Aurora, il padre “ipotetico” di Alicia, il padre biologico dello stesso Lelio, il quale ai tempi del film usava ancora il cognome del suo padre adottivo, Campos -, figura che nella sua assenza diventa ancora più forte di  quando si rende visibile. E che può essere una fonte, una genesi, ma anche la fine di un’illusione.

L’abbandono come forza gravitante, non solo nei rapporti ma anche degli oggetti, dei posti, dei sogni, permette anche di abbandonarsi al cinema. Ed è proprio lì dove Navidad trova la sua forza, che lo salva dal perdersi nell’eccesso di parole e nel provare a risolvere tutto in ogni dialogo: proporre l’abbandono – più che la solitudine – come un salto nel vuoto ma anche come un punto di partenza per altri incontri, altre vite. Tornare alle zone più scure di noi stessi, come unica via per ritrovare la luce.