Nebesa, di Srđan Dragojević

Dal Concorso Internazionale del Locarno Film Festival, una commedia assennata sul passaggio da una società atea ad una di stampo cristiano

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Nebesa racconta una conversione. Parte da lontano, è il 1993, anno del Peccato, dal titolo del primo episodio, e da un primo evento eccezionale, l’apparizione di un aureola sulla testa di un compagno, per descrivere il passaggio da uno stato socialista e senza credo ed arrivare ad un’era futura, l’anno del Vitello d’oro, il 2026, con il paese nelle mani di gruppi religiosi cristiani.  Strutturato in tre parti, la porzione intermedia è ambientata nel 2001, il periodo della Grazia, per un metodo si sviluppo interessante per seguire insieme al cambiamento di usi e costumi, l’evolversi del destino dei personaggi chiamati a rappresentarli.

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La mia intenzione era fare una commedia, ma senza mancare di rispetto, dice il regista Srđan Dragojević, restando sul proposito soprattutto nella prima parte, con gli equivoci legati ad una figura improvvisamente investita di santità, per allontanare l’odore di zolfo, associato al sospetto di un intervento diabolico. Gli scenari sono poveri, ma pieni di vitalità e l’aspetto estetico importante per registrare le differenze, con il tempo sempre più marcate. I toni scanzonati vengono però presto smontati dalla comparsa di personalità corrotte e dedite al vizio, come se le regole della nuova società riservi un premio speciale ai campioni delle cattive maniere. Con l’idea negativa di vertice, la parabola di un uomo modesto e privo di ambizione, arrivato tra i gruppi dirigenti in sostituzione della vecchia nomenclatura, e trasformato nella sua nemesi feroce e spietata, violenta e manesca, trasmette l’amara costatazione di un mondo votato al ribasso.

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L’idolatria postumana del leader, circondato da fiducia illimitata e dotato di poteri eccezionali, considerazione di straordinaria attualità, resta a latere. Al centro dello sguardo, in sua vece, finisce un discorso legato all’arte, alla presunta abilità di nutrire, un concetto spinto al limite del suo significato letterale, in una definitiva e chiara critica ad un universo ormai schiavo delle apparenze. E non lascia indifferente nessuno alle trombe della popolarità, all’urgenza indotta di apparire, neanche chi dovrebbe fare della libertà di decidere in autonomia il proprio biglietto da visita per la creatività. Le linee sullo schermo si puliscono, gli ambienti vengono squadrati, eppure invece di un progresso si assiste ad un impoverimento, guardato senza nostalgia, quasi con impotenza, la stessa apatia riscontrabile nella contemporanea omologazione. Il ricorso al miracolo funziona come incidente scatenante di ogni singolo atto, non resta che colorare una struttura già presente in potenza con una gamma di sentimenti contrastanti. Da quanto era famiglia un tempo, sul punto di inizio della storia, viene sottratto ogni pezzo, e costruire una epopea moderna a volte divertente, altre decisamente meno, quando si mette a seminare il dubbio salutare delle riflessione storica e politica ed allunga un’occhiata su un orizzonte molto ampio.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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