#Oscars2018 – Lady Bird, di Greta Gerwig

Anybody who talks about California hedonism has never spent a Christmas in Sacramento.” J. Didion

 

Una delle regole non scritte per un autore alle prime esperienze dietro la macchina da presa è quella di raccontare ciò che si conosce meglio. A cominciare dai ricordi, dalle proprie storie, dai luoghi in cui si è cresciuti e, successivamente, fuggiti. La prima cosa da riconoscere a Lady Bird è allora questo “gesto” di ripercorrere le origini e raccontare l’unica storia veramente necessaria per chi fa (un certo tipo di) cinema: la propria. È quello che fa Greta Gerwig in questo suo quotatissimo racconto di formazione, per una volta tutto al femminile. Provate a cambiare sesso al giovane Holden e a trasferirlo dalle strade di Manhattan a quelle semideserte, silenziose, molto middle class – e con la crisi economica forse anche qualcosa in meno – di Sacramento e avrete il profilo della protagonista Christine, che però non ama il suo nome e si fa chiamare lady Bird. Lei si barcamena tra l’amica del cuore, un’indole polemica, le prime deludenti esperienze sentimentali e il difficile rapporto con la madre. Siamo nel 2002, tra l’11 settembre e la seconda guerra in Iraq, all’ultimo anno di un liceo cattolicissimo. Il sogno della ragazza è quello di andare a studiare in un’università prestigiosa dell’East Coast. La meta è sempre New York, la città più ambita d’America, anche se “dopo l’attentato le iscrizioni agli istituti e alle facoltà sono diminuite” dice a un certo punto la protagonista. È la metropoli che Greta Gerwig, da attrice, ci ha spesse volte raccontato nei film realizzati dal compagno Noah Baumbach e che qui resta sorprendentemente fuori campo per quasi tutto il film, un’immagine mentale a cui si sovrappone la ruvidezza intima di Sacramento. Il cuore di Lady Bird risiede quindi in questa capitale dello Stato della California, nel XIX secolo luogo di transito nella corsa all’oro e oggi centro portuale, manifatturiero e ferroviario della costa occidentale. Qui Gerwig è nata e cresciuta, magari leggendo i saggi della giornalista e scrittrice Joan Didion, nativa di Sacramento anche lei e, come evidenzia la citazione a inizio film, fonte di ispirazione dell’operazione.

Lady_Bird

La regista, classe 1983, porta a casa il suo piccolo film autobiografico – ambientandolo nel 2002 fa infatti coincidere, presumibilmente, la storia di Christine con la sua – e riesce soprattutto a dare sfumature intense al rapporto madre-figlia. Qui c’è uno scarto importante soprattutto all’interno dell’immaginario del cinema indipendente americano, solitamente abituato nei titoli diretti dalle generazioni nate dopo gli anni 60 (Wes Anderson, Paul Thomas Anderson, Noah Baumbach, David Gordon Green) a confrontarsi prevalentemente con la figura paterna. È invece il conflitto con la madre – Laurie Metcalf è bravissima – il centro nevralgico ed emotivo del film.  Ecco che la necessità di raccontare una storia di figlia si affianca all’urgenza di definire una maternità problematica, che a sua volta si riflette nelle ricorrenti simbologie religiose, qua e là curiosamente vicine alle ossessioni del primo Scorsese.

Forse preoccupata di mettere a distanza una materia “personale”, Gerwig dirige e scrive con mano pulita e sobria, ma corre il rischio di perdere la necessaria visceralità per raccontare le emozioni. C’è insomma meno passione di quanto ci saremmo aspettati. Eppure un filo di malinconia resta. Anche perché in fin dei conti questo è soprattutto un film di situazioni e di sapori vicini/lontani.