POLEMICHE (Nouvelle Vague) – Onda d’urto

«Se si riconduce la Nouvelle Vague a ciò che era all’origine (fare un primo film di contenuto assai personale prima dei 35 anni d’età), ebbene, allora è stata di una ricchezza formidabile! Ha mantenuto tutte le sue promesse e, cosa insperata, ha suscitato movimenti simili in quasi tutti i Paesi del mondo», sosteneva François Truffaut alla fine dgli anni Sessanta, una decina d’anni dopo cioè la nascita di quel movimento che riesaminato oggi, secondo alcuni ha effettivamente rivoluzionato il cinema, ma secondo altri ha segnato un semplice cambiamento durato lo spazio di una stagione e sopravvissuto a se stesso grazie a una costante opera di mitizzazione portata avanti principalmente dai Cahiers du cinéma, la rivista fondata nel 1951 da Jacques Doniol-Valcroze e André Bazin dalle cui colonne i «giovani turchi» iniziarono l’assalto al cinema.

 

A riaprire il dibattito ci ha pensato Aldo Tassone che ha organizzato per la rassegna fiorentina France Cinéma una retrospettiva (itinerante), un incontro (al quale, fra i tanti, hanno preso parte Anna Karina, Michel Ciment, Patrick Talbot, Claude de Givray, Denise de Casabianca e una folta rappresentanza di critici italiani capitanati da Bruno Torri), la pubblicazione di un interessante quanto ponderoso volume che raccoglie 45 interviste a registi, attori e tecnici che la Nouvelle Vague l’hanno animata, vissuta e (qualcuno) anche subita (Il Castoro, pp. 400, 24,50 euro).

 

 

 

In Italia c’è chi sostiene che la politique des auteurs portata avanti da Truffaut e copains altro non è stato che un «mal francese», malattia che nel Belpaese «attecchì una quarantina d’anni fa e dal quale non siamo più guariti» (Tullio Kezich, Corriere della Sera del 13 gennaio 2001). Da lì infatti si sarebbe sviluppata l’idea di un cinema d’autore che, penalizzando gli sceneggiatori e persino i grandi attori, avrebbe generato mostri e portato alla crisi il cinema nostrano. Questa diagnosi non tiene presente però che quella della Nouvelle fu un’onda d’urto che servì a spezzare una produzione (grandi budget e pochi rischi) e un modo di fare cinema (nei teatri di posa e con una rigida struttura verticistica che prevedeva almeno 15 anni di tirocinio prima di poter passare dietro una macchina da presa) per garantire uno spazio a ventenni aspiranti registi che altrimenti non avrebbero avuto alcun modo di esprimersi. Amanti del cinema, cresciuti a proiezioni continue di film nella Cinémathèque di Henri Langlois, i «giovani turchi» spararono (verbalmente) ad alzo zero contro la vecchia guardia – quella del «cinema di qualità» dei Clément e degli Autant-Lara, degli Aurenche e dei Bost – con critiche taglienti e senza appello. Molti si indignarono, altri si offesero: nessuno di loro ebbe però la carriera stroncata o penalizzata. Fu la Nouvelle Vague invece a conoscere la censura di George Pompidou e del ministro della «Kultur» – come lo definì Godard – André Malraux.

 

Non si trattò quindi di una presa di potere, tant’è che né Godard né Truffaut né Rohmer né Chabrol né Rivette hanno mai ricoperto incarichi pubblici o di categoria, né sono diventati organici ad alcun partito. Truffaut, addirittura, non ha mai chiesto un finanziamento pubblico per i suoi film pur avendone in alcuni momenti della carriera sentito il bisogno. Resta il dubbio, allora, che se effettivamente quell’onda d’urto si fosse propagata anche in Italia forse non avremmo visto registi e sceneggiatori consorziarsi (Anac) e via via costituirsi in lobby (presieduta da Citto Maselli, poi da Carlo Lizzani…); né sceneggiatori (Leo Benvenuti, Ennio De Concini…) circondarsi di pletore di giovani fervidi di idee, lasciati però in eterna attesa di un pubblico riconoscimento; né registi (Ettore Scola) assurgere a ministri ombra; e nemmeno autori ottuagenari (Suso Cecchi d’Amico) firmare ancora oggi sceneggiature di esordienti.

 

Se i Cahiers, poi, di recente hanno riscoperto i loro padri fondatori (dopo un oblio durato quasi 15 anni, come ricorda Antoine de Baecque nel bel libro Assalto al cinema, il Saggiatore) che male c’è. In un ambiente artistico sempre più consociativo loro almeno sono rimasti soltanto dei grandi cineasti.

 

 

Goffredo De Pascale,

Diario n. 46, 22 novembre 2002

 

 

 

 

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