POST TRAUMATIC – Mike Shinoda e la luce in fondo al trauma

Oltre un anno fa il mondo perdeva una delle voci più importanti e riconoscibili nella storia della musica degli ultimi decenni: Chester Bennington, co-fondatore dei Linkin Park, morto per suicidio all’età di 41 anni. Tutti gli appassionati ricordano quei giorni di sgomento, di “sottosopra”, quando la notizia piombò come un fulmine a ciel sereno nelle vite di tutti i fan, parenti dell’artista e dei musicisti in generale. Una perdita che ancora oggi in molti faticano ad assimilare.

I Linkin Park non hanno bisogno di grandi presentazioni: sono e sono stati una delle band più influenti e di successo degli anni 2000. Fondati nel 1999 da Mike Shinoda, si sono ampliati fino a diventare sei membri per poi rilasciare uno degli album più famosi della loro generazione, Hybrid Theory. Dopo 18 anni di carriera illustre, l’anima tormentata di Bennington si è spenta e ora il futuro della band è incerto, per non dire in un buco nero. Mike Shinoda, che ha sempre condiviso col collega la sua esperienza lavorativa, i suoi concerti e successi ma anche i suoi momenti di vita più importanti, è rimasto inevitabilmente shockato dalla perdita di un vero e proprio ‘fratello’ tanto da dichiarare che non è uscito di casa per intere settimane. Ha deciso proprio in quel periodo di rifugiarsi nella musica, alla ricerca di conforto e forza per affrontare il lutto. Nasce così Post Traumatic, il suo primo album da solista e svincolato dal suo altro progetto rap dei Fort Minor.

Nato come EP di tre brani, rilasciati pochi mesi dopo il tragico evento, il progetto è stato accolto con entusiasmo dagli ascoltatori che hanno ritrovato nelle parole addolorate del rapper, cantante, musicista e scrittore giappo-americano una via di fuga per esorcizzare il loro dolore. La fanbase dei Linkin Park è sempre stata una grande famiglia, cresciuta a livello carnale con le parole dei loro idoli e l’addio di Chester Bennington ha letteralmente distrutto lo stato d’animo e le aspettative di tantissime persone, che lo si creda o meno.

Post Traumatic si presenta come un lavoro praticamente “home-made” come rivelato dall’autore stesso, che ha scritto e composto i brani nel periodo più buio e in tutte le fasi successive ad esso proprio per essere il più sincero e “crudo” possibile nell’esprimere ogni sua emozione. Su arrangiamenti per lo più elettronici e basi variegate (si sa che l’eclettismo è sempre stato il suo punto forte), Shinoda si destreggia in testi estremamente profondi e toccanti e sempre perfettamente calzanti con le melodie nelle quali sono piazzati. In un’intervista il rapper di Los Angeles ha dichiarato che i primi brani sono più oscuri e pessimistici proprio perché pensati e creati quando il caos regnava nella sua testa, ossia nei primi mesi successivi alla scomparsa del collega. Proseguendo con l’ascolto ci si può rendere conto di come le tracce diventino man mano più “luminose” e confortevoli. Shinoda ha cercato di metabolizzare il dolore e di farsi coraggio ad andare avanti, senza mai dimenticare ma anzi trasformando la sofferenza in carburante per non fermarsi.

Post Traumatic si apre con Place to start, il brano più dark nel quale Mike è impaurito e ancora sconvolto dalla morte di Chester. “I’m tired of the fear that I can’t control this/I’m tired of feeling like every next step’s hopeless/I’m tired of being scared what I build might break apart/I don’t want to know the end, all I want is a place to start”, le parole non lasciano spazio ad interpretazioni. La paura che ogni passo successivo potrebbe essere inutile e che tutto potrebbe crollare pervade il cuore del rapper, che in quel momento cercava solo “un posto dal quale ripartire”. Si passa dunque a Over Again, una traccia rap cruda e senza peli sulla lingua come non ne sentivamo da anni. L’autore ha dichiarato di aver scritto una strofa prima del concerto in onore alla vita del collega ed una dopo averlo terminato. “Cause I think about not doing it the same way as before, and it makes me wanna puke my fucking guts out on the floor”, figura tra le potentissime parole incise da un uomo sempre più confuso e intimorito dal doversi esibire per la prima volta senza il “fratello” al suo fianco. La traccia prosegue con un chiaro sfogo verso chi lo ha accusato di essere stato troppo freddo nella reazione alla tragedia, senza sapere e rispettare cosa in realtà lui provi dentro di se sentendosi in bilico e con l’enorme peso sulle spalle di dover dire “addio, volta dopo volta” perchè il dolore di una scomparsa non se ne andrà mai definitivamente.

Proseguendo con l’ascolto dell’album, un’altro brano direttamente riferito a Bennington è il quinto ossia About you. Qui il giappo-americano parla del fatto che anche se nelle parole che scrive, o in quelle che ha scritto in passato, non c’è un riferimento preciso al cantante scomparso ora all’improvviso tutto lo riguarda. “Even when there’s no connection back to you in any line, all of a sudden it’s about you and it gets me every time”, perché anche quando cerca di non pensarci e di cambiare argomento inevitabilmente la mente lo riporterà al suo amico. La bellissima ballad Promises I can’t keep, caratterizzata da una notevole performance vocale, è un chiaro messaggio a tutti i fan che chiedono del destino dei Linkin Park e ai quali egli aveva risposto più volte che ci avrebbe pensato. “I’ve got no worse enemy than the fear of what’s still unknown, and the time’s come to realize there will be promises I can’t keep”. Le certezze che prima sembravano eterne ora non ci sono più e l’ignoto è il peggior nemico di un’artista, pertanto in futuro ci saranno sicuramente delle promesse che non potranno essere mantenute. Si arriva dunque alla traccia cardine di Post Traumatic, quella che è stata passata nelle radio come cavallo di battaglia; Crossing a line. Non è un caso che sia posizionata all’ottavo posto di sedici, poiché come rivelato dallo stesso autore è questa la traccia dal quale parte il punto di svolta musicale e spirituale dell’intero album. È il momento in cui il poliedrico musicista si è reso conto di dover fare una scelta ed andare avanti a tutti i costi, per iniziare a rivedere la luce in mezzo al buio. “They’ll tell you I don’t care anymore, and I hope you’ll know that’s a lie/Cause I’ve found what I have been waiting for, but to get there means crossing a line”, canta dolcemente Shinoda che sa che avviare un progetto da solo è un rischio e che non tutti lo apprezzeranno. Avverte chi lo supporta di non credere a chi dirà che non tiene più al passato, perché anziché farsi affossare da esso lo trasforma in carburante per andare avanti e superare una linea (quella del dolore), per trovare ciò che stava aspettando e cercando.

Lo spartiacque della traccia numero otto è effettivo tanto che l’opera ottiene una svolta gradualmente più positiva, “distaccata” e speranzosa rispetto a quanto ascoltato in precedenza. Dopo alcuni pezzi elettro-pop particolarmente ispirati, come le squisite Ghosts e Hold It Together, si arriva alla traccia sicuramente più concreta e lavorata; Lift Off, con la collaborazione di due importanti artisti quali Chino Moreno e Machine Gun Kelly. Per la canzone, che spicca subito per le sue sonorità oniriche e quasi spaziali, Mike Shinoda ha rivelato di essersi ispirato proprio ad un immaginario viaggio spirituale nello spazio più profondo. “You’re the opposite of stars like “rats” spelled backwards/Imagine me quitting what a travesty that would be, you space shuttle Challengers are nothing but tragedies/So take care on the path that you’re headed, I’m the father to your style, don’t you ever forget it”, ruggisce il leader dei Linkin Park con un flow e rime ad altissima intensita, prima di lasciare i microfoni ai due ospiti, in un brano che è un furioso dissing all’intera scena rap attuale. Giunti quasi al termine dell’ascolto Post Traumatic presenta anche un esperimento trap molto riuscito, I.O.U., che conferma le poliedricità del los angelesino e la sua voglia di ribadire che lui è ben presente ed è pronto a dare filo da torcere a tutti come ha sempre fatto.

La quattordicesima e terzultima posizione è occupata da Running From My Shadow, altra punta della campagna promozionale dell’album, amatissima dagli ascoltatori. Il trinomio rap-rock-hip hop della base funziona insieme alle strofe ispirate di Shinoda, che mette il turbo e sputa fuori il tormento che lo attanaglia pensando alle scelte che dovrà prendere in futuro. A confermare, come diceva in Crossing a Line, che anche se sta andando avanti con la sua carriera non dimenticherà mai il passato e anzi lo rispetterà. “I was looking for something but denying that I found it, there’s an elephant sitting in the room and I can’t find another way to tiptoe around it”; cercando risposte ci si ritrova in situazioni complicate (l’elefante nella stanza) e non c’è modo di aggirarle. Un chiaro riferimento al solito ed insistente problema riguardo il futuro della band. La penultima traccia è World’s on fire, dove il musicista ringrazia la moglie e tutti coloro che gli sono stati vicini in un anno che non vede l’ora finisca.

Post Traumatic inizia con la notte e finisce con il sole. Can’t hear you now è un brano col quale raramente si chiuderebbe un progetto, ma in questo caso è perfettamente contestualizzato e coerente. Pieno di ottimismo e forza interiore, Mike Shinoda alterna il cantato catchy del ritornello, al rap deciso ed espone senza peli sulla lingua il suo essere finalmente riuscito a ritrovare la convinzione e la voglia di farcela, in se stesso. “I’m a beast, I’m a monster, a savage and any other metaphor the culture can imagine/And I got a caption for anybody asking, that is I’m feeling fucking fantastic”, tornando più forte di prima Shinoda dice chiaramente di aver trovato la risposta a chi gli chiede come si sente. E a giudicare da essa, alla fine ce l’ha fatta.

 

Ha ritrovato la luce in fondo al trauma.