Remote tourism: il caso delle Fær Øer Islands

L’esperimento delle isole danesi apre le porte ad un futuro sempre più immersivo che ridefinisce i connotati dell’esperienza videoludica e della nostra esperienza del mondo reale

A più di un anno dall’inizio del primo lockdown ci troviamo ancora divisi da zone rosse e quarantene, rinchiusi all’interno dei confini sempre più restrittivi e soffocanti di Paesi, regioni, comuni e abitazioni. Tra le prime cose a cui abbiamo dovuto rinunciare ci sono senza dubbio i viaggi, non solo all’interno dei confini nazionali, ma soprattutto all’estero. È il momento giusto allora per tornare a parlare di remote tourism come soluzione per ovviare al confinamento obbligato. Già l’anno scorso durante il lockdown erano partite una serie di iniziative che mostravano squarci su mondi esterni distantissimi da noi: dalle web cam attive h 24/7 sulle piazze deserte di centinaia di città, alle “finestre sul mondo” che permettevano a chiunque, in qualsiasi parte del globo, di vedere cosa ci fosse all’esterno delle case di perfetti sconosciuti: così d’improvviso ci siamo trovati sulle spiagge di Rio de Janeiro o nelle vie imbiancate dalla neve di Mosca, o al 45° piano di un grattacielo di New York. Così come abbiamo fatto il tour della Casa Azul di Frida Kahlo a Coyoacàn. In questo panorama si inserisce anche l’iniziativa dalle isole Fær Øer, un arcipelago di 18 isolotti sparsi tra Norvegia e Islanda, che ha lanciato l’idea del remote tourism.

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Nel 2016 le isole danesi erano state protagoniste di una curiosa iniziativa chiamata Sheep View 360. Data la loro posizione non proprio agevole da raggiungere, Google Street View non era riuscita ancora a mappare le strade delle piccole isole sperdute. Così l’attrice Durita Dahl Andreassen ha pensato di equipaggiare 5 delle 80 mila pecore che popolano l’arcipelago con delle gopro 360 per permettere a tutti, da qualsiasi angolo della terra, di percorrere i sentieri immersi nella natura incontaminata che contraddistingue le isole. Sulla scia di questo primo esperimento è nato il progetto del remote tourism: non un semplice tour virtuale, ma una vera e propria esperienza interattiva che mette in contatto abitanti di tutto il mondo con i locali, dando la possibilità di prenotare una sorta di tour estemporaneo. I faroesi, muniti di caschetto con action cam, si sono resi disponibili per guidare le persone in esplorazioni del territorio ed esperienze suggestive come il kayak o le gite a cavallo. Ma la vera rivoluzione di questa idea risiede nel fatto che all’utente non è stata solo data la possibilità di godersi un tour guidato tramite lo schermo del proprio smartphone: l’interfaccia infatti era dotata di un joypad col quale era possibile “muovere” il proprio avatar faroese, scegliendo come e dove direzionarlo, con la possibilità di farlo addirittura correre e saltare.

Insomma, un viaggio virtuale che si avvicina sempre più all’iperrealismo videoludico, un’esperienza di realtà aumentata che attraverso le apparecchiature tecnologiche permette non solo di vivere la realtà esterna pur rimanendo seduti sul divano, ma anche di intervenire su di essa in modo attivo, personalizzando l’esperienza secondo i propri desideri, interessi, curiosità. In tempi in cui non è possibile vivere fisicamente i luoghi, resta l’esperienza reale mediata da uno schermo virtuale. Certo, non sostituisce un’esperienza di viaggio completa, ma può comunque plasmare la nostra immaginazione e generare nuove realtà, aprendo l’orizzonte ad un futuro sempre più immersivo, ma anche sempre più solitario. Nel progetto di remote tourism infatti non era prevista l’interazione tra utenti. Ciò significa che pur condividendo lo stesso tour, due persone non potevano comunicare o semplicemente salutarsi attraverso i loro rispettivi alter ego faroesi.

Oltre all’entusiasmo per un’esperienza che oltrepassa i confini del videogioco, ridefinendone i connotati e gettando le basi per un’analisi sui possibili impieghi nel quotidiano e il conseguente impatto che avrebbe sulla realtà e sulla cosiddetta “usura del mondo“, il progetto del remote tourism pone anche questioni di tipo etico e morale sull’uso e il controllo che potremmo avere su altri esseri umani per il nostro intrattenimento. In un momento in cui i nostri corpi sono intrappolati, impossibilitati a muoversi e di fatto a vivere, stiamo assistendo ad un sovvertimento per il quale non è più la macchina a venire in aiuto dell’uomo, ma diventiamo noi stessi ingranaggi del meccanismo, in una dimensione in cui l’umano lavora per gli algoritmi e per le piattaforme, dall’e-commerce alle consegne a domicilio, trascinando con sé un’eco distopica per cui anche su quest’innovazione si fa strada il timore che possa diventare l’ispirazione per una nuova forma di sfruttamento.

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