ROCKY BALBOA STORY – Come Sylvester Stallone ha sconfitto la New Hollywood

I film immortali si costruiscono sempre delle origini leggendarie e Rocky di John J. Avildsen non fa eccezione. Sylvester Stallone era un attore di basso rango che cercava di affermarsi ad Hollywood mentre pagava a fatica un appartamento e manteneva una moglie incinta. Il 25 marzo del 1975 era davanti alla televisione quando Chuck Wepner resse quindici riprese sul ring con Muhammad Alì. Il goffo pugile bianco era un ex-marine che era arrivato alla sfida contro il più grande quasi per caso e al dodicesimo round fece inciampare il campione e obbligò l’arbitro al conteggio. Il momento di gloria fu fortuito e breve ma Sylvester Stallone ne venne ispirato fino al punto da scrivere una sceneggiatura in appena tre giorni sulla base di quella memorabile resistenza. La versione epica della genesi di Rocky è assolutamente plausibile e l’immedesimazione totale e prolungata tra l’attore e il personaggio rende giustizia alla tesi del momento rivelatorio. La futura star spiantata e il pugile di periferia erano destinati ad incontrarsi e a plasmarsi a vicenda. La loro relazione è un perfetto esempio dell’interdipendenza tra l’artista e l’opera d’arte: è il primo che genera la seconda oppure è l’ossessione idealizzata della seconda che condiziona il primo? Il conflitto sfugge al proverbiale semplicismo di un attore che non ha mai nascosto di vivere lo stesso rapporto creativo con la pittura. La sua valutazione circa un sodalizio così lungo e speculare è la migliore possibile: il suo amico immaginario è anche il migliore amico che abbia mai avuto. L’affermazione accetta il fatto che i due hanno vissuto insieme da sempre…

È difficile valutare quale fosse il pensiero di Sylvester Stallone prima del successo perché la sua traccia hollywoodiana era così anonima che nessuno aveva mai pensato di fargli un’intervista. Le dichiarazioni successive che ne hanno fatto un portavoce del mito americano del self-made man potrebbero essere condizionate da una sfumatura agiografica. Le sue idee sul cinema e sulla vita possono essere estrapolate soltanto dai dati personali che hanno preceduto la notorietà. I primi trenta anni della sua vita tracciano il profilo di una persona che ha continuato a perseguire la strada dello spettacolo anche quando qualcun altro dotato di buon senso avrebbe mollato. Una delle grandi costanti del percorso stalloniano è la totale indifferenza verso il giudizio degli altri rispetto alle proprie convinzioni. L’attore ha sempre accolto con il sorriso sulle labbra i suoi fallimenti e non ha mai disconosciuto le sue performance peggiori. C’è da giurare che conservi gelosamente il Razzie Award che ha ricevuto come peggiore attore del secolo. È pur sempre un lampone laccato d’oro dal valore di cinque dollari e a casa ne ha altri nove da mettere vicino al Golden Globe… L’ottimismo contro l’evidenza doveva essere una sua peculiarità anche ai tempi in cui puliva le stalle degli animali dello zoo di Central Park e veniva scartato a tutti i provini.

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“I dipinti che sto facendo in questo periodo non sono molto allegri, ma c’è qualcosa di straordinario nel processo perché ciò che verrà fuori della tela è così profondo (…) Puoi sempre e solo pensare È davvero orribile, poi ti rendi conto che non c’è molto che si possa fare al riguardo e nulla da perdonare a te stesso… Poi però arriva un altro periodo in cui non riesci a perdonare te stesso… È solo una cosa in corso e non credo che se ne andrà mai via.”

La personalità che ha creato Rocky Balboa non può essere inquadrata senza ricordare che l’altro eroe seriale di Sylvester Stallone si è manifestato nella brutale ed istintiva violenza di John Rambo. Il personaggio ha progressivamente abbandonato la sua vocazione sociologica ed ha accentuato sempre di più il lato primitivo delle sue pulsioni vendicative. Il soldato non accusa più il governo di averlo addestrato alla guerra ma si chiede soltanto perché abbia sfruttato senza scrupoli questa sua dote naturale per poi abbandonarlo. La sua versione finale è quella di un esule che sta lontano dalla crudeltà del mondo perché la sua risposta sarebbe quella di un uomo nato per uccidere. La sua innata propensione per le armi e il combattimento è chiaramente il polo negativo della sua reazione alle ingiustizie. Il nichilismo distruttivo del veterano inizia laddove la forza di volontà del pugile non può più dare risposte. Le due maschere ritornano ciclicamente come se il camuffamento fosse il rifugio dell’uomo da i dolori della vita.

L’evoluzione della sceneggiatura di Rocky è un caso quasi unico nella lunga tradizione hollywoodiana che tende a forzare i copioni verso le esigenze della produzione. La stesura che è arrivata sullo schermo è molto più vicina al carattere del suo scrittore di quanto non fosse la prima bozza. Sylvester Stallone aveva pensato ad un protagonista decisamente incattivito e sgradevole e tutti personaggi si allineavano alle convenzioni del boxing-movie. Il sottogenere appartiene al noir e condivide le sue ambientazioni urbane e il suo fatalistico pessimismo di fondo. L’antieroe era stato concepito secondo la moda dell’epoca e la sua disillusione si sposava bene con lo stato d’animo del post-watergate. Il quartiere di Fair Hill a Philadelphia era lo scenario perfetto per dare un quadro verosimile del ceto popolare ai tempi della stagnazione economica. I critici dell’epoca si affannarono a trovare dei modelli e alcuni scomodarono persino On the Waterfront di Elia Kazan. Il realismo delle location invita ad un paragone meno ingombrante e più pertinente con Fat City di John Houston. Lo skid row della cittadina californiana di Stockton era talmente brutto e

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Fat City di John Huston

Fat City di John Huston

degradato che le riprese ebbero luogo mentre erano in corso i lavori per raderlo al suolo. Le zone intorno a Tusculum Street sono ancora tra le più malfamate di Philadelphia e hanno resistito a qualsiasi tipo di riqualificazione edilizia. I punti di contatto sono molteplici ma sono le differenze tra i due film a marcare l’importante contributo di Rocky nel superamento della New Hollywood.

Stacy Keach è un pugile che ha mollato dopo essere arrivato a sfidare un pugile molto quotato ed aver perso malamente. La moglie lo ha scaricato non appena la sua carriera è franata e da allora ha abbandonato gli allenamenti e si è dato alla bottiglia. L’uomo è perennemente male in arnese e si mantiene il vizio con la fatica del lavoro nei campi e il rimpianto per i bei tempi andati. Il combattente ricorda sempre come il suo match della vita sia stato viziato da una scorrettezza e che se il suo manager lo avesse accompagnato non avrebbe subito un torto così evidente. I personaggi di Fat City sono avvolti in una coltre di predestinazione alla sconfitta e di rancore e affidano sempre le loro speranze alla persona sbagliata. L’allenatore è convinto che il giovane Jeff Bridges possa avere un ottimo futuro ma tutte le volte che sale sui ring del sottoclou viene sconfitto. Il film è una dolente negazione della grande opportunità e le seconde possibilità si rivelano puntualmente velleitarie. L’anziano atleta tenta di rifarsi una vita con una vedova alcoolizzata nel tentativo di salvarla ma tutti i suoi tentativi di scontrano con la sua ansia autodistruttiva. Fat City non affronta i suoi temi con tristezza ma mostra con divertito disincanto un ciclo dei vinti in cui i personaggi non possono fare altro che accettare la resa nei confronti del destino.

La trama di Rocky è simmetrica a partire dalle relazioni che si instaurano tra i personaggi. La molla che le fa scattare è quella della redenzione reciproca in un contesto che non offre opportunità. Rocky e Adriana vanno a pattinare ma entrambi non lo sanno fare e il loro primo appuntamento è sempre interrotto da dei momenti in cui uno deve sostenere fisicamente l’altro. Quando l’organizzatore dell’incontro rivela al protagonista che dovrà combattere contro il campione del mondo la sua prima reazione è quella del rifiuto. Un’occasione del genere non può capitare ad uno come lui e il primo approccio all’evento è quello di boicottare la sua chance più grande. La proiezione futura di Rocky è quella di Paulie e il suo atteggiamento perennemente negativo ha probabilmente assorbito tutta le pessime qualità che l’eroe doveva possedere nelle prime intenzioni dello script. Il futuro cognato si adagia nei suoi limiti e nel suo lavoro perché è convinto che gli abbiano fatto un torto e che la sua vita sarà sempre una corsa truccata in cui vincono gli altri. L’atteggiamento del protagonista è analogo e le sue ambizioni non vanno oltre dei match troppo violenti e un lavoro da spezzapollici in cui non ha nemmeno troppo talento. I suoi slanci si concretizzano nella lunga predica alla giovane teen-ager che viene sorpresa a fumare. Rocky le profetizza un destino da mignotta ma la ragazza lo liquida dicendogli che è un rompicoglioni. A Fair Hill sono tutti perfettamente consapevoli del loro avvenire così come sanno che non sarà un sermone ad evitarglielo.

Il momento cruciale di Rocky è quello in cui Mickey lo va a trovare a casa sua solo dopo che ha saputo che sfiderà Apollo Creed. Prima di quel momento l’allenatore della palestra l’aveva mortificato togliendogli persino l’armadietto e mettendogli la roba dentro un sacco. Il protagonista gli sfoga addosso tutta la sua frustrazione e la sua rabbia e lo allontana facendogli pesare la sua ruffianeria. Le prerogative della New Hollywood avrebbero fatto finire il film in quel momento perché le tonalità di quel movimento cinematografico rifiutavano il riscatto. Il pugile invece torna sui suoi passi e insegue quello che diventerà il suo manager nel momento stesso in cui capisce che non potrà mai farcela da solo. È un momento di perdono che i film dell’epoca sembravano aver dimenticato e che Fat City aveva dissacrato. Il manager di Stacy Keach utilizza la sua volontà di rientrare per alzare dei soldi e gli vende un incontro contro un picchiatore. La sua fortuita vittoria non lo libera dal rinfacciargli di averlo abbandonato nel momento in cui aveva più bisogno di lui. I poveri cristi si tradiscono tra di loro per sopravvivenza e non per cattiveria ma anche questo non lo porta da nessuna parte. Rocky decide di dare credito a due uomini che si riconciliano nella notte…

Lo scheletro di una sceneggiatura tipo prevede tre atti ben strutturati che garantiscono l’evoluzione del racconto e la partecipazione del pubblico. L’ultima fase è quella della risoluzione della crisi ed è quella contro cui si è scagliata soprattutto la New Hollywood. La nazione era dilaniata dal conflitto senza soluzione del Vietnam e aveva perso la purezza con i trucchi di Richard Nixon. L’idea generale era che il cinema non poteva ingannare gli spettatori con l’illusione di un mondo perfetto. Le note di Gonna Fly Now che accompagnano la memorabile corsa di Rocky sulla scalinata del Museum of Arts di Philadelphia restituiscono la dovuta centralità a questo momento fondamentale della retorica cinematografica americana. La sequenza è talmente trascinante che da quel momento in poi l’ipotesi del riscatto è diventata nuovamente credibile. O almeno dimostrò che lo spettatore ne aveva bisogno proprio in quel preciso momento storico. Il concetto che gli si era contrapposto sosteneva che era impossibile cambiare il sistema perché il suo potere era soverchiante. La lezione di Rocky venne vista come un dimensionamento perché rinunciava a concentrare gli sforzi su tutto il problema. L’unica cosa che si può fare è cercare di migliorare la propria vita è già questo è complicato. L’impresario chiede al protagonista se crede nel fatto che gli Stati Uniti siano la terra delle opportunità. Il pugile conserva i suoi dubbi sulla domanda di Jergens ma la questione non è più questa. Sylvester Stallone ha creduto soprattutto che il cinema potesse tornare ad essere un veicolo di esempi e il suo trionfo quarantennale gli ha dato ragione. Questa è la missione di un film.