#RomaFF10 – Sinatra è come Il grande Gatsby. Incontro con Alex Gibney

Un documentario di quattro ore diviso in due parti per raccontare la vita e la carriera artistica di The Voice. Alex Gibney ha presentato alla stampa il notevole Sinatra: All or nothing at all storia del celebre cantante italomamericano ma anche di un pezzo d’America. “Parlare di Sinatra significa attraversare tutte le tappe più importanti degli Stati Uniti: dalla Grande Depressione alla Seconda guerra mondiale fino ad arrivare alle rivoluzioni politiche e sociali degli anni ’60. Per me lui è come Il grande Gatsby, un romanzo che racconta un Paese e i suoi lati oscuri, come ad esempio il suo rapporto con la Mafia e la politica e il triangolo che lo legava con John Kennedy e il gangster Sam Giancana”.

Davvero impressionante il materiale d’archivio presente nel film, con immagini di repertorio, filmati e moltissime interviste solo sonore che accompagnano il flusso visivo. “Le voci sono il ritmo del film, ne scandiscono ogni sfumatura. Abbiamo trovato tantissimo materiale anche grazie all’aiuto della famiglia Sinatra che ci ha fornito un’incredibile mole di materiale d’archivio, tra cui 10 ore di una registrazione audio completamente inedita in cui il cantante racconta se stesso e la sua vita.” Il film segue una struttura narrativa molto particolare. Ripercorre infatti la scaletta del concerto d’addio di Sinatra del 1971, con 11 canzoni che diventano presto i capitoli attraverso i quali approfondire le tante e diverse sfumature del personaggio, che alla fine sembra comunque mantenere un suo livello di ambiguità. “È una figura enigmatica che abbiamo provato a esplorare. Perché decise di ritirarsi proprio nel 1971? Forse perché il rock ‘n roll e il grande cambiamento della cultura americana lo avevano reso un uomo fuori dal tempo. Di certo la sua è stata una vita a tutta velocità”.

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Quando a proposito del “caso” Armstrong qualcuno fa notare i legami tra The Armstrong Lie e il film di Stephen Frears The Program, Gibney ha modo di parlare dell’importanza che il documentario sta avendo sempre più nel cinema contemporaneo: “Negli ultimi 15-20 anni c’è stata una enorme evoluzione di questa forma di espressione. Oggi è sempre più facile per un documentario trovare un suo pubblico e in molti casi i risultati possono essere molto alti ed esplosivi. Io amo molto il cinema di Michael Mann, ma quando vedo la sua versione di Alì e la paragono al documentario When We Were Kings devo dire che la differenza si nota. Will Smith non è Mohammed Alì”.