#RomaFF12 – Tout nous sépare, di Thierry Klifa

Nella selezione ufficiale della Festa di Roma, il film di Klifa è un noir che scava nel torbido delle coscienze in un piccolo centro della provincia francese. Con Diane Kruger e Catherine Deneuve

Il nuovo film di Thierry Klifa esplora il panorama malavitoso di un tranquilla cittadina di provincia affacciata sulla costa. Il lato noir della vicenda nasce dai problemi di Julia (Diane Kruger) che inseguito ad un incidente resta storpia. La stortura fisica si allarga a macchia d’olio fino a compromettere anche il lato psichico della ragazza che inizia, per risalire il burrone nel quale si sente risucchiata, a rifugiarsi nello stordimento facendo ricorso a droghe ed alcool ed a frequentare un piccolo criminale dedito allo spaccio. Per aiutare la figlia a venirne fuori Louise (Catherine Deneuve) è disposta a far uso di qualunque mezzo.

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La menomazione serve dunque a pretesto per provocare una reazione a catena, l’escalation del torbido si trasforma in un virus infettivo, l’ultimo tassello di un puzzle fatto di fragilità, mancanza di anticorpi, un pregresso sepolto destinato a riaffiorare. La nube del malessere umano che nel caso di Julia ha un immediato ritorno visuale giustificativo, negli altri protagonisti ha cause meno evidenti con la stessa violenza incisiva. L’avidità di soldi, la solitudine, l’ambizione, il desiderio di fuggire, tutto un insieme di ingredienti complica la capacità di sognare un universo che sia altro tanto è impallidito dal grigiore dell’orizzonte. La stessa dipendenza espressione di bisogno organico trova il suo alter ego nel corollario astratto fatto di delusione, il frutto marcio di peccati inconfessabili, nel sapore rancido di un mattino senza avvenire e la bocca sfondata di whisky e sigarette.

Quasi fosse un processo di transfert Julia appare distrutta nel corpo, morsa nel contorcimento dell’astinenza, chiusa nel cerchio della mancanza, ma con occhi ancora troppo belli per non brillare, mentre il veleno le scivola via spargendosi come un’aura malefica d’intorno capace d’inghiottire chiunque le si avvicini. Anche soltanto per condividere il baratro del mostruoso, l’avvilente patetico vittimismo che sfocia nel disprezzo di sè stessi e degli altri, precipitando in un’unica agonia tutto ciò che la circonda. E neanche l’amore materno, il guscio protettivo per antonomasia, riesce a fermarne le conseguenze, a limitare l’improvvisa emoraggia emotiva nonostante la discesa dal piedistallo dell’esempio al concreto di un incubo presente, un ruolo da salvatrice per il quale appare inadatta, sfigurata dai colpi che la vita le ha inferto. Chiusa nel vicolo cieco della disillusione legata amorevolmente ad una figlia causa anch’essa di disistima e che disarmata dall’arma del denaro scopre di non avere altre frecce nel proprio arco che non la trasformi in un manichino inadeguato.