#RomaFF13 – Kursk, di Thomas Vinterberg

Prima di guardare Kursk, se a qualcuno venisse in mente di rileggere gli articoli del  Dogma 95, che porta il suo nome insieme a quello del rappresentante più celebre del gruppo, Lars Von Trier,  avrebbe forse dei dubbi che Thomas Vinterberg sia stato stavolta sostituito da un sosia. In realtà quell’esperimento ebbe fine dieci anni dopo, anche se ancora adesso il regista si diverte ad applicare qualche regola stabilita nel decalogo in due punti nevralgici del film, l’inizio e la fine, ad esempio adottando un formato 4:3, girando con la camera a mano e non utilizzando musiche esterne, e la scelta di evocare il passato è un omaggio dentro un cinema diventato altro, meno rigoroso ed estemporaneo, soprattutto dopo aver scelto di lavorare in una produzione di Luc Besson, di cui è nota invece la meticolosità dei progetti.

Il K-141 Kursk è un sottomarino a propulsione nucleare della Flotta del Nord, Marina Militare Russa. Durante un esercitazione nell’Agosto del 2000, quando ormai quel tipo di manovre erano cadute in disuso e gli stessi componenti meccanici erano ormai soggetti all’usura del tempo, una doppia esplosione uccise gran parte dell’equipaggio, riducendo in polvere questo gigante del mare. I pochi sopravvissuti, stipati in uno dei settori usciti illesi dallo scoppio, rimasero bloccati a bordo, ad aspettare l’arrivo dei soccorsi. La storia scelta da Vinterberg parte da questo incidente realmente accaduto, e permette al regista di raccontare le difficili condizioni di vita dentro un corpo dell’esercito, la Marina appunto, uscito ridimensionato come gli altri dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica, ma ancora comandato, ai livelli più alti della gerarchia, da uomini rimasti fedeli ad un’idea di superpotenza. Nonostante l’assenza di detonazione, la fine della guerra fredda era ormai cosa assodata almeno da un decennio, con un momento simbolico tra i più importanti del ventesimo secolo, la caduta del muro di Berlino, a testimoniarne la conclusione.

Gli uomini impegnati in mare lasciano a terra prima di imbarcarsi mogli, figli, madri, che dopo aver appreso la notizia della disgrazia sbattono contro un muro fatto di menzogne, ridotte di fatto all’impotenza, eppure in grado di scalfire anche soltanto con la voce, e con dei gesti di rimostranza, un’inutile esibizione muscolare di facciata. Il film si divide tra il dentro ed il fuori, con la stessa costrizione ad un attesa sempre più estenuante: per gli uomini di Mikhail Kalekov (Matthias Schoenaerts) è il tempo che oscilla tra la speranza di salvezza e la morte, per le donne, tra cui Tanya Kalekov (Lea Seydoux), moglie del capitano, che guida il gruppo, l’incubo di restare vittima di un’ingiustificata omertà ad uso di un’opinione pubblica che non presta più fede ai soliti ritornelli. Ad impersonare questo potere ridotto ad un’ombra c’è uno straordinario Max von Sydow, logorato al pari dell’autorità che rappresenta, sorda ed impermeabile al buonsenso tanto da sembrare ottuso.

Più che ad un vero cambiamento i personaggi scontano una presa di consapevolezza, la linea storica degli eventi offre la base di partenza per costruire singole vicende, innestandole all’interno di un quadro storico nel quale sono in gioco gli equilibri geopolitici del pianeta, e l’importanza del singolo viene sacrificata sull’altare della ragione di stato. Gli incredibili effetti sonori ed i campi lunghi e le panoramiche della flotta schierata a pattugliare il Mare di Barents restituiscono le scene migliori del film, che fallisce la ricerca di un’escalation di tensione, la successione appare annunciata, e gioca tutto il potenziale narrativo su un messaggio politico di denuncia.

 

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