#RomaFF13 – Sono Gassman! Vittorio re della commedia, di Fabrizio Corallo

Quanti pezzi di storia servono per ricostruire l’unità di una persona? E soprattutto, quanti pezzi bisogna mettere insieme per dire oggi qualcosa di definitivo – e di nuovo – su Vittorio Gassman, l’attore, il corpo cinematografico, il re della commedia che vestiva anche i panni del pagliaccio triste, il mito che è allo stesso tempo un’astrazione e una rappresentazione concreta della storia del cinema italiano e dell’Italia del secondo novecento? Forse la chiave è non provare a ricomporre un puzzle in cerca di una definizione, ma al contrario, espandere il fenomeno fino all’infinito. Come se fosse polvere di stelle, materia organica, pura energia. Ripiegando mille volte la stessa immagine, l’archivio ritrovato o riconosciuto, la battuta già famigliare che fa ridere un po’ per emozione, un po’ perché sappiamo come andrà a finire. La esplosione definitiva di un universo che continua a crescere, perché si alimenta del bisogno della memoria collettiva.

La motivazione, la spinta primitiva che muove Sono Gassman! il re della commedia, documentario del giornalista cinematografico Fabrizio Corallo (Dino Risi Forever – cento anni ma non li dimostra) – se mai dovesse essere cercata e giustificata – si nasconde e si perde un po’ dietro una marea d’immagini, archivio, emozioni ritrovate e tentavi di raggiungere un’idea su cosa vuol dire Vittorio Gassman per il mondo, per gli altri e per se stesso. Definirlo come un “atto d’amore” – nelle parole dello stesso Corallo – può essere riduttivo, ma anche in un certo senso azzeccato; la costruzione di questo Gassman si sostiene soprattutto sulla emotività, sul ricordo sfocato e le parole di cuore di colleghi  come Stefania Sandrelli, Gigi Proietti, Giancarlo Giannini, Marco Risi e Ricky Tognazzi, sulla nostalgia intrinseca dell’archivio che riporta in vita Dino Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola, sullo sguardo dei figli – Paola,Vittoria, Alessandro e Jacopo – che riconoscono la loro versione di un padre assente che si rende presenza attraverso un’immagine pubblica e condivisa, sulla mancanza di uno spirito di cinema all’italiana che “non c’è più” e il sollievo di sapere che almeno è realmente esistito. Soprattutto, attraverso le interviste allo stesso attore, dove lui si mette in gioco, torna in continuazione sull’autocritica, ride del mito Gassman e della propria sfortuna (“ho cominciato a fare cinema drammatico dopo aver fatto cento film che facevano schifo!“). Dove sottolinea ogni volta di più la volontà di mostrarsi fragile, a volte sbagliato, soprattutto imperfetto, rendendo la propria debolezza l’unica armatura possibile.

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Forse per proteggerlo da questa vulnerabilità, o per renderlo tutto suo e gestire l’espansione di un personaggio mai del tutto raggiungibile, Corallo incornicia in quasi ogni fotogramma l’immagine di Gassman dentro due righe bianche, una sorta di inquadratura dentro l’inquadratura, un modo di sottolineare la visibilità di un corpo che ha vissuto una vita dentro un frame, muovendosi con libertà ma sempre tra i limiti della propria immagine pubblica, delle aspettative degli altri, delle pareti e gli oggetti di scena di un palcoscenico. In ogni quadro, Vittorio diventa un’alienazione, un’altra versione di se stesso: il commediante esagerato, il ragazzo romantico e riservato, Brancaleone l’avventuriero donchisciottesco, il Gianni Perego che nasconde il suo successo dagli amici dietro l’illusione del fallimento per mantenere un’immagine eroica, il padre affettuoso e sorridente, l’uomo triste che non voleva far conto con il passare del tempo e l’arrivo imminente della fine dello spettacolo.

Ma allora qual è Gassman, l’originale? E perché dobbiamo scegliere una sola versione? Se il film di Corallo non ci porta qualcosa di particolarmente nuovo né una proposta visiva o narrativa che sconvolga, almeno ci fa riflettere sul potere della scelta. Scegliere di fare un film come “un atto d’amore” e decidere che quello sia abbastanza. La scelta di un’immagine, un discorso, un silenzio, una inquadratura chiara o un fotogramma sfocato. Nel credere che una storia si possa raccontare, ripetere e ritrovare tante volte come si sente il bisogno di farlo. Che ci sono certi personaggi, certi corpi cinematografici, che non si esauriscono mai, che trovano sempre nuovi modi di tornare alla vita e un pubblico pronto a ridere, piangere, morire e rinascere con loro, anche una volta spenti i riflettori. 

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