#RomaFF14 – Honey Boy, di Alma Har’el

Guida per riconoscere i tuoi santi di Dito Montiel è un titolo che funge da spartiacque per le carriere dei due protagonisti, entrambi nel ruolo dell’alter-ego dello scrittore/regista impegnato nel proprio racconto autobiografico: Robert Downey Jr fa fondamentalmente attraverso il film d’esordio di Montiel il proprio disintossicato ritorno sul grande schermo, anni luce prima di Tony Stark, e Shia LaBeouf non è ancora il ragazzino dei Transformers, che diventerà di lì a poco.
Non è dunque casuale che, per quella che sembra a più livelli un’opera alla ricerca di una rinascita artistica e “umana”, LaBeouf recuperi esplicitamente il gioco strutturale della Guida di Montiel, mettendo in scena con l’aiuto della videoartista Alma Har’el un rimpallo di traiettorie tra la propria vicenda personale degli ultimi anni (quelli degli sbrocchi ai festival, degli arresti e del rehab), e le “memorie possibili” di un alter-Shia bambino e star della tv, accudito da un genitore umorale e impulsivo, fonte dei traumi che lo perseguiteranno da adulto. E’ LaBeouf stesso ad interpretare il ruolo del padre, ma Honey Boy non lambisce mai il meccanismo alt-intellettuale, come lascerebbe intendere l’incipit clippato da tabloid e il raddoppio con la sceneggiatura che il protagonista inizia a scrivere su un quadernino durante la terapia, che è appunto quella del film che vediamo (è dunque proprio tutto-tutto vero in questa autobiografia?).

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E però lo script a firma di Shia non sembra proprio volersi schermare, o stratificare il peso di verità di cui si fa carico, anche quando la sincerità del ricordo si fa assolutamente brutale, diretta e ineluttabile (come alcuni istanti ancora oggi abissali dell’esperimento per certi versi simile di Joaquin Phoenix, I’m still here). Questo criminale di mezza tacca, ex alcolista ma ancora appassionato di droghe varie, clown da rodeo fallito e ora disperatamente aggrappato ai compensi del figlioletto attore (Noah Jupe, sorprendente), è l’ombra tragica che pesa sull’intera esistenza di LaBeouf e che lui ora invoca e insieme tenta di purificare facendosene veicolo incarnato per l’intero film, e ritornando sui luoghi della baraccopoli ai confini di Hollywood dove i due vivevano insieme a un pittoresco gruppo di prostitute (una delle quali, interpretata dalla strepitosa FKA Twigs, diventa l’unico rapporto minimamente amorevole che il piccolo sperimenta).
In questo modo, con Honey Boy LaBeouf fa i conti non solo con il fardello del proprio passato ma anche con il rapporto con il proprio pubblico, che dagli anni delle serie per bambini sul piccolo schermo e poi della sua carriera tra Spielberg e Michael Bay (esemplificata dal set del blockbuster attraversato dall’incipit, dove nessuno ha la minima attenzione umana per la performance atletica del protagonista), ha fatto in più sensi a pugni con la schizofrenia di una star che qui decide di mettersi a nudo in maniera quasi intollerabile, raccontando l’intero suo percorso di riabilitazione nella sezione in cui il doppio è interpretato da Lucas Hedges.
Sottotraccia, emergono simmetrie tra le varie linee narrative (le piscine, le esagerazioni buffonesche come veicolo primario per comunicare ed esprimersi, la metafora dell’essere sospesi al vuoto e sospinti da forze esterne, che siano un’esplosione sul set o una torta in faccia…), dal cui intreccio emerge il sensibile lavoro sul pulviscolo dei sogni e delle tracce del passato compiuto da Alma Har’el, esperta autrice di videoclip che regala al film diversi istanti di sospensione evanescente e straziante.