#RomaFF14 – Mystify: Michael Hutchence, di Richard Lowenstein

 

Il 22 novembre 1997 Michael Hutchence venne trovato morto suicida  in una camera d’albergo a Sidney. Il cantante aveva 37 anni e stava per iniziare un tour per rilanciare gli INXS dopo un periodo artisticamente e mediaticamente difficile. Quella di Hutchence è una parabola tragica e allo stesso emblematica per comprendere il tessuto musicale, autoriale e divistico sviluppatosi tra gli Anni ‘80 e ‘90. E quello dell’australiano Richard Lowenstein (E morì con un felafel in mano) è un documentario musicale solo in apparenza. Sulla scia già percorsa da Asif Kapadia (Amy, Diego Maradona), traccia infatti un profilo appassionante e sfaccettato di Hutchence, dedicando poco spazio al repertorio degli INXS. Il contributo di Tiger Lily Hutchence-Geldof, nata dalla tormentata relazione del cantante con Paula Yates, dev’essere stato probabilmente decisivo nella raccolta di testimonianze e materiale video, impressionante in entrambi i casi. 

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Mystify: Michael Hutchence racconta la vita della rockstar, concentrandosi soprattutto nell’intimità del personaggio. Buca l’immagine pubblica per entrare nel privato e raccontarne la sensibilità artistica, i rapporti sentimentali, la passione per i libri, per i viaggi, le camere d’albergo. Emerge anche l’insicurezza artistica e affettiva di Hutchence. Il montaggio rapidissimo coniuga fatti, immagini di repertorio, confessioni e procede narrativamente in modo diacronico. 

Il punto di svolta per la carriera e la vita di Hutchence viene individuato nell’alterco con un tassista a Copenaghen nel 1992. Una scazzottata che lo fa cadere a terra e gli procura danni irreparabili al cervello. Da lì il leader degli INXS perde la connessione con il mondo e il senso dell’olfatto – e per uno scherzo del destino scopriamo qui che Il profumo di Patrick Suskind era uno dei suoi libri preferiti. È l’inizio del suo isolamento e della fine.

Ma in verità sembrano esserci tanti film diversi all’interno di Mystify: la storia dell’ascesa della band, l’infanzia a Hong Kong, le relazioni amorose con Michelle Bennett, Kylie Minogue, Helena Christensen e ovviamente Paula Yates, con cui si consuma una coda terribile fatta di droghe, divorzi, lotte legali tra la donna e Bob Geldof, critiche sui tabloid britannici. Dietro le tantissime immagini e le voci dei testimoni – tra cui i ricordi commossi di Bono degli U2 – in modo quasi imprevedibile, Hutchence diventa una presenza morale, forse persino il riflesso poetico di questo coro di personaggi che lo ricordano. Non soltanto le sue partner, ma anche i famigliari, gli amici musicisti. La figura di Hutchence diventa così una specie di fantasma piombato dal passato per riattivare la passione dei fan e i sensi di colpa di tutti gli attori di una storia che, come spesso avviene nel rock, nasce con i contorni del Mito per poi assumere la dimensione della Tragedia.

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