#RomaFF14 – Nessun nome nei titoli di coda, di Simone Amendola

C’è un uomo che cammina, lentamente e in silenzio, in un magazzino pieno di vecchie “pizze” cinematografiche, quasi un museo del cinema che fu: Giù la testa, Sergio Leone; La classe operaia va in Paradiso, Elio Petri; In nome del popolo sovrano, Luigi Magni; Il Gattopardo, Luchino Visconti; Amarcord, Federico Fellini.

Quell’uomo, che pare in cerca di qualcosa, quelle pellicole le ha vissute tutte. Il suo nome è Antonio Spoletini e da decenni dire il suo cognome significa dire cinema e soprattutto Cinecittà. La sua famiglia è infatti un’autorità assoluta dei casting, della ricerca di volti, figuranti, comparse, attori.

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Nessun nome nei titoli di coda segue il suo lavoro giornaliero sul set, dove malgrado l’età (Antonio è di qualche mese più vecchio di Cinecittà stessa) gestisce il lavoro dei figuranti con inesauribile energia e professionalità, guidato da un entusiasmo straordinario e ovviamente coadiuvato dai suoi eredi. Antonio si sposta, recluta comparse nelle periferie, tra mille volti diversi per etnia, sesso ed età. A volte, Antonio trova volti che in seguito riescono ad imporsi con forza e a diventare qualcosa di più che figuranti: su tutti, Marcello Fonte.

Soprattutto, Antonio racconta a chi si avventura a Cinecittà il suo lavoro con tutti i più grandi registi italiani. Uno su tutti, l’amato Federico Fellini e i suoi tanti film nati negli studi della Tuscolana, dove sono state costruite e girate scene come quella dell’immensa mangiata collettiva a Trastevere. Scena che Spoletini racconta con dovizia di particolari ad un gruppo di turiste dell’est in visita agli studi.

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Nessun nome nei titoli di codaE proprio la memoria di Fellini costituisce il fil rouge del film: vediamo come Antonio sia alla ricerca di una copia in pellicola di Roma, l’unico film del regista riminese dove, oltre a lui compaiono tutti i suoi fratelli. Un bisogno pungente di conservare la memoria del cinema per chi verrà dopo di noi.

Una memoria di cui Antonio è l’ultimo custode, la memoria di un periodo in cui il cinema italiano era un sogno immenso e fecondo che aveva poco da invidiare ad Hollywood. Oggi non è più così, ma Antonio non ha perso un briciolo di entusiasmo e continua ad occuparsi dei suoi attori (che lui non chiama mai “comparse”) è un in definitiva, Simone Amendola sa di rivolgersi a chiunque ami la storia e le storie del nostro cinema: il suo documentario permette di sentire quelle storie raccontate da chi il cinema l’ha fatto e lo fa dalla sua nascita, quasi sempre restando nell’ombra, e senza il suo nome nei titoli di coda.