Run Hide Fight, di Kyle Rankin

Cosa sarebbe successo se alla Columbine High School o a Parkland gli attentatori si fossero imbattuti nell’equivalente femminile di Bruce Willis in Die Hard? Se lo immagina Kyle Rankin, 47 anni e regista di gavetta tra tv e cinema di genere, in questo Run Hide Fight da lui stesso scritto nel 2017 per rappresentare (e forse esorcizzare) il trauma delle sparatorie di massa. In realtà il suo film sembra soprattutto ripartire dalla dichiarazione del presidente Trump quando suggerì di armare il personale scolastico per mantenere al sicuro gli studenti dai massacri, quasi tinteggiando lo scenario di sfide all’Ok Corral in ogni scuola americana. Sempre a Trump sembra rispondere il villain Tristan – il capogruppo dei ragazzi killer – quando a un certo punto dice che le sparatorie “non sono colpa dei videogiochi”. L’autore sembra infatti prendersela soprattutto con i social media e con la loro invadenza e ambiguità comunicativa. Non è un caso che la condivisione sembra essere l’unico desiderio dell’attentatore – che ci tiene a precisare di non essere un nazi, ma un nichilista che crede nel piano perfetto e definitivo, parente lontano del Joker di Heath Ledger senza make-up. E non è neppure un caso che Zoe, la protagonista ed eroina del film, non faccia uso di smartphone, a suggello di un’integrità anti-tecnologica a cui Rankin deve credere molto.

Il titolo si riferisce al protocollo di sicurezza suggerito in caso di sparatorie in campus universitari. Tre azioni semplici: scappare (run), nascondersi (ride), combattere (fight), che sono in fin dei conti le regole di qualsiasi action claustrofobico che si rispetti. Zoe le replica tutte contestualizzandole all’interno di una elaborazione del lutto che è l’altro “tema” del film. Così abbiamo lo spettro della madre, morta per malattia poco tempo prima, che compare nei momenti più delicati, come una sorta di angelo custode, ripetendole volta per volta quale delle tre azioni deve compiere. A ogni modo da metà in poi le modalità del thriller si trasformano in quelle dell’action con Zoe che schiva pallottole, arresta emorragie e mette a frutto gli insegnamenti balistici del padre marine con fucili e pistole. Nei 90′ di durata di dibattito ce n’è ben poco. L’intrattenimento sale di più, accarezzando il fascino perverso dei B movie senza troppe pretese come se ne facevano un tempo, con morale e finale che ci riportano alla logica medievale dell’occhio per occhio.

---------------------------------------------------------------------
APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

---------------------------------------------------------------------
La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

--------------------------------------------------------------------
LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

-----------------------------------------------------
Sending
Il voto dei lettori
4 (1 voto)

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *