“Segnali di vita”. Carlo Chatrian racconta #Locarno68

14 anteprime mondiali, molte opere prime e seconde. Locarno oggi, a differenza di altri Festival, vuole essere un palcoscenico per scoprire i grandi autori di domani?

È indubbio che questo aspetto di scoperta appartenga storicamente al Festival, anche nel Concorso una buona parte dei film presenti è realizzata da autori che non hanno mai spesso di sperimentare: penso a Chantal Akerman, a Zulawski, a Hong Sangsoo, ma anche a registi di una nuova generazione come Pietro Marcello o Rick Alverson o Sina Ataeian Dena…

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Proprio riguardo a Pietro Marcello, notiamo che i film italiani sono disseminati in tante sezioni.  Ci sono anche Andrea Segre, Alberto Fasulo…

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Bella-e-Perduta-11102Mi fa piacere che abbiate notato questo lavoro sul cinema italiano. A Locarno sarà presente una generazione di registi che fa un cinema in un modo un po’ diverso da quello che il pubblico è abituato a vedere. Pietro Marcello è forse la testa di serie di questo gruppo, ma Andrea Segre ha realizzato un documentario molto particolare che mette a confronto la situazione del Kazakistan oggi e l’Italia del boom economico;  ci sono poi Massimo D’Anolfi e Martina Parente con la loro visione sul Duomo di Milano, che ovviamente poi racconta tutt’altro. O ancora, Massimo Coppola, con il suo Romeo e Giulietta ambientato in un campo rom o il nuovo lavoro di Alberto Fasulo, che aveva vinto a Roma col precedente Tir. Sì, c’è una generazione di registi che stimo molto e mi fa piacere che abbiano raccolto il mio invito.

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Ci sono almeno tre anteprime molto forti in Piazza Grande: Demme, Apatow e Fuqua, registi molto amati da Sentieri Selvaggi. Ma, a parte questi nomi, ci sono delle scoperte nelle varie sezioni che ti senti di consigliare a giornalisti e frequentatori di festival?
Sicuramente due sezioni da guardare con attenzione sono Cineasti del presente e Signs of life. Tra i Cineasti c’è un film cambogiano – Dream Land, di Steve Chen – che offre un’immagine molto diversa da quella, ad esempio, di un artista che a me piace molto che è Rithy Panh: non siamo nel documentario, non siamo nella commemorazione del passato tragico sotto gli Khmer Rouges, ma in una realtà che si urbanizza molto rapidamente. Segnalo anche il documentario sui generis di un giovane regista italiano, Nazareno Nicoletti, diplomato da poco al Centro Sperimentale, che si chiama Mio Fratello.

l'accademia delle museSigns of life riesce a tenere fede al suo proposito, ossia scoprire altre forme, altre tipologie di film, e posso fare l’esempio di un regista catalano, credo abbastanza noto come José Luis Guerin, che ne L’accademia delle muse sembra fare un documentario, riprendendo la lezione universitaria sull’amor cortese di un professore alle sue allieve, mentre poco dopo ci si rende conto di essere in una finzione, che ruota attorno alla parola come seduzione.

L’altro lavoro rappresentativo della sezione viene dalla Cina ed è Mr. Zhang Believes di Qiu Jiongjiong,  il cui protagonista potrebbe essere il personaggio di un film di Wang Bing, qualcuno che ha vissuto esperienze tragiche sui campi di lavoro, ma l’idea geniale del regista è quella di far ruotare tutto attorno alla sua parola al mondo, con un lavoro che ricorda molto il teatro, giochi d’ombre e decostruzione delle scene.

Sono film molto diversi l’uno dall’altro, c’è una commedia di Pierre Léon, che fa di norma film più sperimentali, o 88:88, il lavoro di un giovane regista canadese di 23 anni, Isiah Medina, che sembra un Godard prima maniera ai tempi di Youtube. Credo ci siano, soprattutto in questa sezione, molte forme nuove di racconto da scoprire.

 

Guardando il programma ci hanno incuriosito un paio di operazioni che sulla carta appaiono azzardate: Dead Slow Ahead, documentario su un cargo filippino che, almeno dalle immagini disponibili, sembra avere delle deflagrazioni mélo; e il debordante Happy Hour di Ryusuke Hamaguchi, di cui ci aveva colpito il precedente Touching the skin of Eeriness. Puoi dirci qualcosa in più?

dead slow aheadIl primo film è di un regista spagnolo, Mauro Herce, che si è rivelato lo scorso anno come direttore della fotografia di un film che era a Locarno, Costa da morte di Lois Patiño, visivamente molto forte. Segue questo cargo filippino per oltre un anno ed è un film ipnotico, dai tempi dilatati, che ti porta in un altro mondo, ci si ritrova in modo molto originale un discorso tra meccanico e umano.

L’altro è per noi una scommessa, un film che, ad esempio, è agli antipodi rispetto al cinema di Lav Diaz, altro regista che lavora sulla durata ma con toni visionari. Happy Hour ha invece una narrazione quasi da serie tv, proprio a livello di scrittura dei personaggi. Dice delle cose inedite sulla società giapponese e soprattutto sull’universo femminile. Come tutti i film lunghi ha bisogno che gli si dedichi del tempo, ma non per questo risulta particolarmente impegnativo rispetto ad altri film. Anzi, penso che, una volta venuti a patti con la durata estrema, se ne voglia sapere anche di più, perché è un film estremamente ricco di materia narrativa.

 

Infine, tre nomi: Peckinpah, Cimino, Norton…

james-coburnPer quanto riguarda Sam Peckinpah, c’era la voglia di far vedere i suoi film, capire quale è oggi la sua lezione. Tra l’altro, ci siamo resi conto che almeno tre o quattro film del nostro programma sono molto “peckinpahiani”: c’è il film di Ben Rivers che ha la scena conclusiva veramente molto alla Peckinpah; il film argentino di Benjamín Naishtat, regista del El movimiento, che è ambientato all’epoca della Guerra Civile nell’Ottocento e ha dei personaggi che ricordano da vicino il cinema dell’autore de Il Mucchio selvaggio. Quindi i suoi film hanno evidentemente ancora molto da dirci. Forse cose diverse da quelle che emergevano negli anni Ottanta e Novanta. È un regista di frontiera tra classico e moderno, fino a scavalcare nel post-moderno.

Michael Cimino gli è molto legato da questo punto di vista, è un regista epico ma ha una sensibilità tutta particolare. Mi fa piacere ospitarlo a Locarno perché i suoi film hanno contato molto nella mia vita da spettatore. Infine, Edward Norton è uno degli attori più interessanti, ha raccontato spesso personaggi dall’animo bipolare, capaci di rivelarci molto sul nostro tempo: che è pubblico e privato al tempo stesso, violento ma anche delicato. Tratti che emergono in Birdman ma anche in uno dei film di cui si compone il nostro omaggio, ossia La 25° ora di Spike Lee.