SERIE TV – Bored to Death, di Jonathan Ames

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Figlio omologato di una cultura radical chic, che parte da Thomas Wolfe per arrivare Michael Chabon, Jonathan Ames con il suo Bored to Death sceglie di travestirsi da eroe letterario, detective chandleriano sui generis, pronto a finire in paradossali e folli avventure, in divertissement targato Hbo che già dalle prime immagini si fa gioco citazionista. In onda su Sky Atlantic.

Bored-to-Death-007.jpg (460×276)Nemmeno lo stesso Jonathan Ames sa bene cosa fare della propria vita. Ex promessa della letteratura in cerca del capolavoro da scrivere, giornalista a tempo perso e fresco orfano del grande amore, lo scrittore non fa che girare tra le strade di Brooklyn, tra un reading in una libreria retrò e un bicchiere di bianco in un locale vintage.  Figlio e prodotto omologato di una cultura radical chic, che parte da Tom Wolfe per arrivare Michael Chabon, Ames sceglie di dare la svolta della propria vita travestendosi da eroe letterario, detective chandleriano sui generis, pronto a finire in paradossali e folli avventure. Divertissement targato Hbo (dai quali è praticamente impossibile aspettarsi una comedy sanamente rumorosa o deliziosamente “scema” come quelle prodotte dagli altri network) Bored to Death tradisce già dalle prime immagini il desiderio di farsi subito gioco citazionista e scherzo meta-cine-letterario. Sin dalla scelta dell’autore Jonathan Ames di diventare il protagonista di finzione Jonathan Ames, s’intuisce che la strada intrapresa dalla serie è volutamente alta e altre, muovendosi su territori lontani dai gusti più “grossolani”. Con la scusa parodistica del procedural (il “caso” affrontato ogni puntata è risibile quanto inutile ai fini della narrazione globale) Bored to Death diventa apertamente lo sfogo divertito di chi, davvero annoiato a morte, usa tutto il proprio bagaglio culturale (film, romanzi, dischi) per creare insieme un puzzle variegato e arrogantemente superbo. Partire dall’omaggio irriverente a Chandler e a Hammett per poi attraversare Gore Vidal o Woody Allen per arrivare ai Coen e a Wes Anderson, fanno dell’opera di Ames un prodotto derivativo quanto terribilmente affascinante per il pubblico di nicchia cui è rivolto. A differenza delle storiche comedy, anche dotate di un lavoro di scrittura decisamente ricercato e che tanta fortuna hanno avuto negli Usa (pensiamo a 30 Rock o Parks and Recreation), Bored to Death si muove con furbizia in un solido campo hipster, eleggendolo sua terra patria. Anche la variegata e surreale follia snob dei suoi variegati protagonisti (gli ottimi Jason Schwartzman e Zach Galifianakis, il ricchissimo editore appassionato di cannabis di uno splendido Ted Danson) è l’elemento distintivo di una moda culturale (si guardi, appunto, al cinema di Anderson o ai romanzi di Chabon ed epigoni) che vede in questa serie la propria prima, vera, incarnazione televisiva. Il risultato è un serial autoindulgente che, pur impegnato nella celebrazione dell’ego del proprio creator, riesce a regalare anche momenti di divertimento libero, fuori dagli schemi.

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