SERIE TV – Wild Wild Country, di Maclain e Chapman Way

Sta succedendo qualcosa di strano nel suo albergo?

Si…È da ieri che lavo solo vestiti rossi…

Probabilmente sentendo parlare di Ranjneesh o di Ranjneeshpuram, la maggior parte delle persone non capirebbe di cosa si sta parlando. Bisogna pronunciare il nome Osho per focalizzare immediatamente il volto serafico del mistico indiano, per entrare in un terreno conosciuto. Wild Wild Country, docu-serie Netflix prodotta dai fratelli Duplass e diretta dai fratelli Way,  racconta la vicenda incredibile che vide coinvolti Osho e i suoi seguaci, anche se il santone indiano, nei sei episodi da un’ora l’uno, appare di rado più come un’icona irraggiungibile che come una persona in carne e ossa.

Erano gli inizi degli anni 80 quando negli USA scoppiò una feroce diatriba fra la comunità dei ranjneeshiani e gli abitanti di Antelope, piccola città situata nella Contea di Wasco, Oregon. I seguaci di Osho sbarcano in America dall’India e fondano una loro città, una comune utopica dove vivere secondo i propri principi, sempre e rigorosamente vestiti di rosso. Presto il litigio con chi abitava quella terra precedentemente si trasforma in una lotta, che in poco tempo diventa una vera e propria guerra combattuta con armi convenzionali e con altre, ecco, non proprio convenzionali.

 

Attraverso le interviste girate dai Way entriamo nel vivo di questa folle storia, ascoltando i racconti di chi ha vissuto e combattuto in prima persona la guerra per la Contea di Wasco: gli ex abitanti della comune rossa, i cittadini che abitavano Antelope prima che diventasse Rajneeshpuram, i legali coinvolti nella faccenda. La vera protagonista è una donna, una mente intelligente e competitiva che ha reso possibile la costruzione di una città nel deserto, con dighe, sistemi fognari, centri commerciali e banche: Ma Anand Sheela, segretaria personale di Osho, che un abitante di Antelope non esita a paragonare ad Adolf Hitler. Colei che ha saputo sfruttare il grande potenziale degli Stati Uniti d’America, gli spazi ancora vuoti che presuppongono leggi e regole ancora da scrivere. L’ America è il wild wild country e le questioni tirate in ballo dai fratelli Way sono molte di più di quelle evocate dalla vicenda, che già di per se  è pregna di incredibili spunti narrativi: siamo di fronte ad un crudissimo western che in un attimo diventa thriller, e poi legal e poi ancora inchiesta giornalistica, sfiorando a tratti anche il pulp movie. Una episodio avvincente, una puntata di Law & Order e perché no, de La Signora in Giallo. Una love story, una travagliata e appassionata storia d’amore fra Osho e Sheela, disposta a tutto per il suo amato, anche a colpire chi gli è più vicino pur di salvarlo.
E dietro al fatto stesso, sempre e comunque cinematografico, si stagliano questioni storiche fondamentali: i cambiamenti di un Paese, la lotta fra i vecchi e i nuovi valori. Gli Stati Uniti la cui facciata è retta e pura a tutti i costi. E quindi la nascita e il proliferare delle sette, veri e propri nuclei speciali per reclutare gli emarginati della società. Un’ondata di gente vestita di rosso che balla e si scatena in strani balli frenetici, epilettici. Il reclutamento e l’utilizzo dei senzatetto, degli scarti che sporcano le strade del paese a stelle e strisce. La totale dedizione per la propria comunità. Essere disposti a tutto pur di salvaguardarla.

Ma oltre alle interviste c’è un altro tipo di immagini a parlare, immagini apparentemente neutre. Il cuore di Wild Wild Country batte prevalentemente di una mole straordinaria di immagini di repertorio: i telegiornali dell’epoca che seguono la vicenda, gli show televisivi che intervistano i protagonisti della questione, le prime pagine dei giornali, le immagini delle feste della comunità, delle riunioni, dei raduni. Anche poche ma scioccanti riprese dei riti degli adepti. E quindi l’immagine pubblica di Ma Anand Sheela, l’immagine pubblica dei ranjneeshiani, l’immagine pubblica degli abitanti di Antelope, l’immagine pubblica della vicissitudine della Contea di Wasco, l’immagine pubblica dell’America.
Ancora una volta ci scontriamo con la solita domanda, ancora una volta la forma stessa  del documentario mostra un’incrinatura: esiste la verità? E se esiste dov’è? Il guru indiano scappa dall’India per non essere arrestato per frode; costruisce grazie a una piccola donna un paradiso anticapitalismo seguendo a pieno la visione capitalista stessa, occupando una terra ed edificandola, costruendo una città dove comparire santuariamente con una delle sue mille Rolls-Royce. L’uomo regala la spiritualità, un bene prezioso per l’America allo sbando. La donna lotta fino allo sfinimento, fino alla perdita della salute per un’ideale. Poi ci sono tradimenti, bugie. Ci sono prove reali, documenti scritti che attestano evasioni fiscali e crimini ben peggiori commessi dai ranjneeshiani. C’è una follia di gruppo condivisa, sorrisi ebeti stampati sui volti. Ci sono fatti davvero troppo assurdi, colpi di scena impensabili. Si arriva a parlare di castori frullati usati come veleno. “Non so se è così davvero” dice un avvocato “me l’ha raccontato qualcuno che l’ha visto”. Le immagini televisive raccolte narrano fatti già narrati e compromessi. Quanto saranno veri e quanto lo saranno ancora, una volta manipolati, montati?

Proprio grazie all’uso del repertorio Wild Wild Country si presenta come un’incredibile raccolta di documenti che mescolano insieme numerose questioni: una vicenda assurda e insieme il racconto della realtà, e della verità insita al reale stesso, che di per se è da sempre negata e che lo è ancor di più nel momento in cui viene ripresa, raccontata, e poi rilavorata, montata, manipolata e contaminata da altri occhi ancora.  Abbiamo a che fare con le storie dei testimoni e con la Storia registrata e riportata dai telegiornali, dai media americani, dai talkshow. Chi ha ragione, chi ha torto. Quale il giusto modo di vivere, quale la giusta religione. Qualcosa nel documentario Netflix rimane celato, dietro le immagini riprese, dietro i sorrisi e ai silenzi di Sheela davanti alle telecamere dei media, dietro al montaggio cinematografico che è sempre e comunque un’intenzione. Un alone, una verità che è sempre percepibile e mai davvero afferrabile. Forse l’unico vero traguardo di un documentario davvero riuscito.