"Sotto il Celio Azzurro", di Edoardo Winspeare

Edoardo Winspeare viola i confini del Salento e si affaccia sulla capitale trovando nella piccola scuola materna Celio Azzurro una sorta di “laboratorio” in cui poter sperimentare una realtà – possibile e auspicabile – che talvolta, però, appare davvero troppo lontana per il nostro Paese: l’integrazione interculturale.

Un regista poliglotta qual è Winspeare che, nato in Svizzera, ha trascorso la sua vita tra il Salento, la Toscana, gli Stati Uniti e la Germania potrebbe offrire un punto di vista davvero interessante su questo microcosmo di bambini piccolissimi abituati già alla loro età a non fare della provenienza geografica e dell’estrazione sociale dell’altro un motivo di discriminazione, eppure la sensazione che si avverte è che il documentario si incrini proprio su questo punto, con il regista che sembra in affanno nella rincorsa ad una realtà che appare continuamente sfuggente; una realtà che, riprendendo la fondamentale distinzione proposta a suo tempo da Roberto Rossellini, è raccontata più che mostrata e che, per questo motivo, non raggiunge mai lo statuto di una “verità” rivelata allo spettatore. Se da un lato l’autenticità dell’opera resta comunque intatta e, anzi, il regista sembra talvolta eccessivamente sottomesso alla “materia sociale” di cui è imperniato questo documentario, dall’altro dispiace di non vedere quell’attaccamento – tipico del cinema di questo autore – alla “materia umana” fatta di corpi, di gesti e soprattutto di volti.

La volontà di raccontare l’attività dell’associazione Celio Azzurro prende continuamente il sopravvento su tutto il resto, a discapito dei bambini che – a ben pensarci – restano in ombra per tutto il film senza divenire mai davvero i protagonisti dell’azione che, al contrario, sembra costantemente reggersi sulla capacità di alcuni educatori di proporsi come veri e propri personaggi ben definiti che riescono a dare consistenza alla narrazione e a virare molto spesso i suoi toni su un’ironia che appare originale e per nulla fuori luogo in un documentario.

Va comunque dato atto a Winspeare di aver saputo sfruttare con maestria tutto il potenziale narrativo della sua opera che, davvero, in alcuni momenti sembra fondarsi su una sceneggiatura scritta a tavolino; ma d’altronde questo aspetto non fa che confermare “la scuola” come uno di quei luoghi cinematografici in cui il limite tra la finzione e il documentario si assottiglia fin quasi a scomparire, come era peraltro stato già dimostrato in modi diversi da Vittorio De Seta in Diario di un maestro, da Leonardo Di Costanzo nel suo documentario A scuola o da Abbas Kiarostami in uno dei suoi primi film intitolato Gli alunni della prima classe.

E tuttavia c’è un punto preciso di questo documentario in cui la narrazione esplode con violenza, cessa di essere contenuta e – finalmente – il cinema di Winspeare entra in scena con tutta la sua irruenza. Si tratta del momento in cui alcuni ex alunni della scuola tornano, ormai cresciuti, al Celio Azzurro e ricordano le loro esperienze passate consentendo così al regista di creare un rapido slittamento temporale che si riflette a livello visivo nelle immagini di alcuni filmini amatoriali del 1995. A partire da qui, e per tutto l’ultimo quarto d’ora di film, c’è una grande capacità di sintesi narrativa sostenuta dalla musica che, come nel miglior cinema di questo autore, interviene a dettare il ritmo emotivo delle sequenze: un ritmo che cresce inesorabilmente per poi decrescere di colpo fino a spegnersi nella malinconica desolazione delle ultime immagini del film che mostrano (e non più raccontano) un vuoto e un’assenza. L’insanabile scarto tra la visione idilliaca dei bambini e quella pessimistica degli adulti si manifesta con forza nel rischio concreto dell’imminente fine di un sogno: la chiusura del Celio Azzurro.

Regia: Edoardo Winspeare
Distribuzione: FabulaFilm
Durata: 80'
Origine: Italia, 2009

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    Se nessun lettore ha ancora segnalato nulla vuol dire, probabilmente, che questo piccolo dettaglio è passato inosservato. Tuttavia, per correttezza, vorrei precisare che la distinzione proposta a suo tempo da Roberto Rossellini è quella tra "mostrare" e "dimostrare" e non "raccontare" come ho scritto in questa recensione (anche se il senso di ciò che volevo esprimere resta invariato).