SOTTODICIOTTO 13 – Intervista a SANDRINE BONNAIRE

 di Ludovico Bonora

 

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Sandrine Bonnaire, attrice francese di prima grandezza ed ora anche regista, è la protagonista di una ricca retrospettiva organizzata da Marco Dalla Gassa e Fabrizio Colamartino all’interno della tredicesima edizione del Sottodiciotto Filmfestival in corso in questi giorni a Torino. Questa intervista, nel corso della quale Sandrine Bonnaire ripercorre molte delle tappe della sua carriera e parla del suo primo film di fiction, J’enrage de son absence, è stata realizzata all’interno di una conferenza stampa di presentazione della retrospettiva tenutasi a Torino il 7 dicembre 2012.

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Lei ha esordito sullo schermo quasi per gioco, come comparsa in Il tempo delle mele ma negli anni successivi ha incarnato un modello di adolescente completamente diverso da quello rappresentato da Sophie Marceau. Ci può raccontare l’episodio della consegna del César per Ai nostri amori?

Non avevo idea di quale importanza avesse questo premio nel mondo del cinema francese e non solo. Andai alla cerimonia totalmente impreparata, con al seguito i miei familiari che, in un primo momento, non vennero fatti entrare in sala, forse per il modo in cui erano vestiti. Ricordo che ero disorientata di fronte ai fotografi che mi tempestavano di flash e circondata da tante star (anche se, a dire il vero, riconobbi subito solo Charles Bronson, per via dei suoi baffi). Quando infine venni chiamata sul palco per ritirare il César per la miglior attrice esordiente e vidi che a consegnarmelo c’era Sophie Marceau tutto questo ebbe il sapore di una piccola rivincita e al tempo stesso ebbi la consapevolezza di aver fatto il mio ingresso in un mondo che solo fino a un paio di anni prima mi sembrava irraggiungibile. L’unica nota stonata della serata fu quando mi accorsi di aver smarrito un bracciale molto costoso che mi ero fatta prestare per l’occasione. Dovetti rimborsare il proprietario: insomma fu un César pagato a caro prezzo!

Lei è arrivata al cinema in modo casuale, quasi ci fosse una predestinazione. Ci può raccontare come andarono realmente le cose durante quel provino di Pialat per Ai nostri amori?

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Sì, è stata una casualità assoluta. Accompagnai mia sorella che aveva letto sul giornale di un provino per la parte di una giovane donna, di una ragazza. Ero lì solo per accompagnare lei, ma alla fine presero me. Posso dire che credo molto nel destino, nelle coincidenze, ma allo stesso tempo sono convinta che il destino vada colto e in qualche modo aiutato.

Non deve essere stato facile gestire il successo a 15 anni: come ha influito il cinema nella sua vita di adolescente?

Sono stata aiutata molto da Maurice Pialat nei primi tempi: lui aveva un pessimo carattere, era famoso per le sue sfuriate sul set, per il modo in cui trattava malissimo i suoi attori ma, malgrado ciò, mi ha sempre protetta e consigliata come un padre. Proprio sul set di Ai nostri amori ho scoperto che riuscivo a dire molte più cose a lui che a mio padre, al quale ero del resto molto legata, ma con il quale comunicavo poco. Un’altra figura molto importante è stato il mio primo agente: lui mi diceva sempre che l’importante in questo lavoro è durare, evitare di consumarsi nei primi anni ma fare scelte oculate, gestire il successo con buon senso.

Lei viene da una famiglia molto numerosa, ha vissuto in un ambiente molto semplice, ha sempre sottolineato, anche attraverso i suoi film, la centralità del nucleo familiare. Cosa ha portato con sé nel cinema di queste sue origini, quali valori conserva ancora tra quelli che le sono stati trasmessi dai suoi.

Certamente la lucidità. Come dicevamo prima, non è facile incominciare a fare l’attrice a 15 anni senza sbandare un po’, senza farsi travolgere dal successo. Ho ricevuto un’educazione molto semplice dai miei genitori, basata su pochi principi basilari che mi hanno fatto restare con i piedi per terra. Il mestiere mi ha rafforzato, mi ha educato a sua volta ma ho sempre tenuto un piede in questo modo agiato, dorato che mi ha offerto il cinema e l’altro ben piantato nella realtà, nella consapevolezza che non tutti vivono così e che questi privilegi possono facilmente sparire.

Lei ha lavorato con moltissimi registi importanti. Con due regie alle spalle da quale dei maestri con cui ha lavorato sente di aver preso di più?

Penso di non essermi ispirata in maniera particolare a nessuno dei registi con cui ho lavorato in passato. Sono state tutte esperienze importanti per la mia formazione, quale più quale meno. Tuttavia, quando mi sono messa dietro la macchina da presa mi sono detta che era più che altro una sfida con me stessa, con le mie capacità. Del resto sarebbe stato sciocco volermi paragonare a loro oppure ammiccare al pubblico attraverso citazioni a questo o quel regista, a questo o a quel film.

In che modo essere stata a lungo un’attrice prima di passare alla regia ha influenzato il suo modo di girare?

Da questo punto di vista sono stati importanti soprattutto gli ultimi anni del mio lavoro di attrice, dato che ho accettato di interpretare molte opere prime, lavorando quindi con alcuni registi davvero giovani e alle prime esperienze. In quel caso il mio ruolo andava al di là di quello di semplice interprete: cercavo di dare consigli, di offrire il mio aiuto e da lì è nata la voglia di mettermi in gioco passando io dietro la camera.

Nella sua breve ma già significativa carriera da regista è molto importante l’esperienza autobiografica: nel documentario Elle s’appelle Sabine prende di petto la vicenda di sua sorella malata di autismo; in J’enrage de son absence parte da una vicenda familiare.

In realtà la vicenda di mia sorella Sabine non è il tema del film ma il punto di partenza di un’indagine sulle carenze del sistema di assistenza sociale e sanitaria che in tanti paesi oltre che in Francia è deficitario, specie rispetto all’autismo, una malattia spesso misconosciuta. Il film è più che altro un atto politico e non ha una componente così spiccata di autobiografia anche se naturalmente il punto di partenza è mia sorella. Anche nel caso di J’enrage de son absence il film parte dalla mia esperienza con una persona che ho incontrato quando ero piccola e che ai miei occhi nella sua decisione così estrema appare eroica. Si tratta di un uomo che aveva amato mia madre quando era giovanissima e che ha deciso di rinunciare alla vita, un atto terribile di per sé ma che ha un’alta componente di eroismo. Forse il punto di contatto tra i due film è l’eroismo: per me anche Sabine è una figura eroica con tutto quello che ha subito, che ha dovuto accettare.

Ed, invece, quanto ha influito nel suo lavoro da attrice il suo vissuto personale?

Per interpretare un personaggio, al contrario di quanto accade con la regia, cerco di tenermi a distanza, non solo dalla mia vita privata ma anche da quella del personaggio. Lavoro come un pittore che si avvicina alla tela per dipingerla ma poi si allontana per osservare meglio i colori e capire come sta venendo il quadro. Ci tengo a tenere separata la vita dal mio lavoro, anche se lo amo molto: sono come una persona che alla fine della sua giornata di lavoro abbassa la saracinesca del suo negozio e torna a casa.

La cantina, spazio centrale del suo ultimo film è da sempre il luogo del rimosso nel cinema. Come mai ha dato a questo ambiente una parte così importante in J’enrage de son absence?

Per me la cantina simboleggia tante cose: le due principali sono il ventre materno, uno spazio uterino rispetto a questo figlio che non c’è più. Il paradosso per il protagonista è che lui in questo luogo così buio arriva a trovare la luce attraverso una sorta di rinascita che ovviamente si può sempre mettere in relazione al ventre materno, attraverso quest’altro bambino che non è il suo ma che va a sostituire il figlio morto. È un film che ho scelto di comporre a forma di croce: c’è un alto e un basso, con lo spazio delle case e della vita normale e quello della cantina, appunto, ma c’è anche il formato orizzontale del cinemascope. Una croce che in qualche modo è il simbolo della sofferenza del protagonista per non essere riuscito a elaborare il lutto.

Ha avuto modo di vedere Io e te l’ultimo film di Bernardo Bertolucci che ha diversi elementi in comune con J’enrage de son absence?

Sono lusingata da questo paragone, anche se devo ammettere di non aver avuto ancora l’occasione di vedere Io e te. Ma su Bertolucci posso raccontarvi un episodio davvero divertente. Ero impegnata nella lavorazione di Police di Maurice Pialat e in quei giorni mi chiama un signore dall’accento italiano che afferma di essere Bernardo Bertolucci e di volermi far recitare nel suo prossimo film. Io rispondo che sono onorata e così ci vediamo un paio di volte, anche se lui continua a dire di non avere ancora una sceneggiatura da mostrarmi. Un giorno sul set Depardieu, che aveva lavorato con Bertolucci in Novecento, mi chiede cosa sto facendo in quel periodo e io gli rispondo gasatissima, vantandomi un po’, che Bertolucci mi vuole per il suo prossimo film e che ci siamo già incontrati per incominciare a conoscerci e a parlarne. Gérard mi risponde perplesso che Bertolucci in quel periodo è in Cina per girare L’ultimo imperatore e io gli assicuro che l’ho incontrato proprio in quei giorni, che l’ho visto di persona. Alla fine ho verificato con il mio agente e in effetti era come diceva Gérard. Quello che avevo incontrato io doveva essere un mitomane che si spacciava per lui. Ma il paradosso in questa vicenda è che proprio quando un po’ di tempo dopo ho raccontato questa storia a Claude Chabrol che era in sala di montaggio, il vero Bernardo Bertolucci si è presentato lì per salutare Chabrol.

Non molto tempo fa ci ha lasciati Claude Chabrol con cui lei ha girato due film, tra cui Il buio nella mente con il quale ha vinto la Coppa Volpi insieme a Isabelle Huppert. Può darci un ricordo di questo grande maestro del cinema francese?

Chabrol era un uomo estremamente rispettoso del lavoro altrui e molto generoso. Alla fine di ogni film invitava tutta la troupe a cena in un grande ristorante e al termine cantava con sua moglie arie d’opera. Ma siccome cantava malissimo noi gli lanciavamo i tovaglioli addosso. Era davvero molto divertente.

Questa edizione del Sottodiciotto Filmfestival è dedicata all’identità di genere: in che modo crede che la sua figura di attrice ma anche il suo nuovo ruolo di regista possa farsi veicolo di un’identità femminile forte, diversa?

Non credo nella specificità di genere, nelle differenze tra uomo e donna, specie in campo artistico: se mi dicessero dei miei film che si capisce guardandoli che si tratta di film fatti da una donna li considererei dei film mancati, dei film falliti. Non si può amare un film perché è fatto da una donna o da un uomo: un film è bello o brutto indipendentemente da chi lo gira. Detto questo trovo molto importante che ci siano dei film che parlano della condizione femminile nella nostra e nelle altre società. Il cinema ha un ruolo educativo importantissimo ed è essenziale che si occupi anche di questo tema.

 Ci è sembrato molto interessante, in J’enrage de son absence, il suo lavoro sul fuori campo: non ci sono flashback che spieghino l’accaduto, né vengono mai mostrate le fotografie del passato nelle quali compare il bambino dei due protagonisti.

E' stata la scelta formale più difficile, questa: la vera sfida era far comprendere cosa fosse accaduto nel passato di questa coppia narrando tutto al presente, senza ricorrere a flashback o alla voce narrante. Sono stufa, innanzitutto come spettatrice, dell’abitudine di spiegare tutto attraverso la voce fuori campo o per mezzo dei flashback: per il regista è troppo facile procedere così, mentre per lo spettatore è anche peggio: è un invito a impigrirsi, un modo come un altro per indurlo a non pensare, a non fare nessuno sforzo per costruire il film dentro di sé. La decisione di non mostrare le fotografie deriva dal fatto che ritengo sia più interessante cogliere lo sguardo dell’attore che guarda la foto più che ciò che sta guardando. Un’altra scelta alla quale ho tenuto molto era di rendere il film atemporale. Potrebbe essere ambientato negli anni 2000 così come negli anni ’80: come avete visto non ci sono né computer né cellulari perché li trovo visivamente brutti e poi perché avrebbero datato il film, mentre volevo che fosse atemporale

Ci può parlare della scelta di Wiliam Hurt, attore al quale è stata legata sentimentalmente e dal quale ha avuto una figlia, per il ruolo del protagonista di J’enrage de son absence?

Ho scelto William Hurt innanzitutto per le sue capacità di attore e poi anche perché è americano, e a me serviva qualcuno che incarnasse l’America, che ne fosse un simbolo ma che, allo stesso tempo, avesse dei legami con la Francia. Poi ho pensato che questo fosse uno splendido regalo per nostra figlia che, in questo modo, ha visto i suoi genitori finalmente riuniti in un progetto comune, in un film da me diretto con il padre come interprete. Volevo che comprendesse come, anche quando una storia d’amore è finita, sia possibile continuare a volersi bene in altre forme. In fondo questo è anche il tema di J’enrage de son absence, anche se lì le cose prendono ovviamente tutt’altra piega.