SPECIALE GHOSTBUSTERS – 1994

ghostbusters

E alla fine ieri sono andato a vederlo al cinema, Ghostbusters. E ho capito due cose, che è crudele che le generazioni dopo la mia crescano avendo visto questo film al cinema, e che questi sono gli unici momenti in cui mi sta bene che la gente parli al cinema. E ieri c’era tutto, la t-shirt, i popcorn, gli amici. Noi del 1994 che l’abbiamo visto in tv e quelli del 1984 che l’hanno visto al cinema

ghostbustersQuesto non è un pezzo contro Carlo Valeri e il suo 1984, questo è un pezzo contro la mia generazione e il nostro 1994. E per buttarlo giù mi accorgo che devo evocare altri scritti, disseminati qua e là, frammenti di rimpianti e ricordi che a volte vengono a galla giusto il tempo di una frase misteriosa eppure rivelatrice, che a volte non puoi non scrivere e quindi svelarti. Magari in luoghi diversi: Non dirò mai a nessuno della prima volta che andai al cinema; o magari memorie di polvere di stelle per qualcuno che non c’è più: Alcune memorie sono più schizzate e affettuose di altre, come quelle televisive, con intere programmazioni decennali mandate a memoria nella propria iride e riti universali perpetrati all’unisono nel privato della propria (camer)Mecca: i gialli la mattina, i western nel pomeriggio e gli horror a tarda sera (prima il martedì, poi il giovedì, poi il venerdì, le notti sanguinolente si spostano e si replicano a loro piacimento e a volte a nostra iniziale insaputa); o i film stagionali, My Fair Lady in inverno, Una poltrona per due la vigilia di Natale, Ghostbusters II a Capodanno, il dittico coppoliano I ragazzi della 56ª strada e Rusty il Selvaggio in estate. Memorie capaci di evocare tutto Jerry Lewis e tutto Steven E. de Souza.

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Fatemi fare questo ready-made, fatemelo fare perché queste due schegge sono parte dello stesso intimo e decennale pensiero, e stanno bene come attacco di quel 1994 quando ho visto per la prima volta Ghostbusters. Ne avevo nove di anni. O almeno penso di aver visto Ghostbusters a nove anni, a questa altezza della mia vita voglio che sia così, decido che sia così – per quell’età è giusto mentire a tutto e soprattutto a sé stessi, è lì che l’Ebenezer poi Scrooge vede la perduta sorella Fan venire a scuola a dirgli che il padre l’ha perdonato, o che Alice decide di attraversare prima la tana e poi lo specchio per invertire il tempo, e quanto vorrei che fosse a quel punto della sua vita Jim Hawkins quando trova la “X” che sta sull’isola del tesoro, saremmo tutti lì, insieme, bugiardi…

 

Chi è nato nella metà di quel decennio sa cosa significa, sa di essere marchiato come la generazione di mezzo, troppo tardi per vedere quello che hanno visto nel 1984 e troppo presto per sentire quello che hanno sentito nel 1994 – siamo i bambini che non hanno mai visto l’infanzia nell’estate di Stand by Me, siamo gli adolescenti che non hanno mai sentito l’adolescenza nella notte di Dazed and Confused. Ecco perché non dirò mai a nessuno della prima volta che andai al cinema, ed ecco perché abbiamo delle memorie schizzate: non siamo mai andati al cinema. Io credo, ci credo ancora, all’educazione sentimentale della luce della sala – luce in sala, e non buio in sala –, perché come sentiva Fassbinder “i film liberano la testa”, ma imprigionano il cuore. E quanto ci siamo persi, oh! quanto ci siamo persi nella testa e nel cuore non stando in quella sala con i ragazzi del quartiere de I Goonies o con i liceali di Chicago di Una pazza giornata di vacanza, in quegli anni ’80 che sono il serbatoio emozionale per schiere di generazioni successive.

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Noi ci siamo arrivati, a quella “X” sui decenni, tramite un piccolo schermo commerciale e schizofrenico che relegava ad orari e reti strane Explorers e Non per soldi… ma per amore, per poi riproporli ad altri orari e su altre reti, reiterandoli stagione dopo stagione, anno dopo anno, quasi fino a smussarli e piegarli per toglierli forma, sostanza. Ma quello che non poteva lo shock esperenziale della sala lo faceva l’assuefazione relazionale del salotto, così quando te li ritrovavi ancora di fronte abbassavi l’audio e magari facevi altro, con loro di compagnia. E lo diventavano, poco a poco, amici, coinquilini, ammassando sequenze a caso, a metà, prima i titoli di coda e poi quelli di testa, Nightmare visto dopo Nightmare 2, film che rivedrai per intero solo a vent’anni e magari per scriverne su qualche rivista. O forse sono soltanto io, cresciuto in un Sud (Il Sud, come il racconto finale sulla sua cecità e sulla sua Argentina di Jorge Luis Borges) dove il cinema del paese aveva chiuso ed era il teatro a darci l’esperienza (forse perché, come dice Peter Brook, “posso prendere un qualunque spazio e chiamarlo teatro”…). Forse è solo questo.

 

In verità, in verità scrivo di non conoscere bene Ghostbusters. Ogni volta che vedo apparire i nomi di Laszlo Kovacs ed Elmer Bernstein mi chiedo che ci fanno su quei titoli, ogni volta dimentico quanto della sua furia avventurosa e distruttrice è andata perduta nei blockbuster contemporanei – all’epoca anche i blockbuster servivano a farti crescere… Ma chi se ne frega, io sto con l’anarchia che sprigiona ogni singola battuta e ogni singolo viso del film, con Peter Venkman che non si capisce cosa cazzo fa o dice per metà del tempo, con il piano di fregare soldi all’università per non andare a lavorare, con l’urlo in faccia ad un tizio altezzoso “Venimmo, vedemmo e lo inculammo!”. E tutto questo parte e arriva da lontano, il cartoon Ghostbusters che lottavo per vedere a pranzo al posto del telegiornale, la toppa da Acchiappafantasmi che avrei voluto avere sul giubbotto, il ricordo di John Belushi – e i Ramones, che sentivo, sapevo, che da qualche parte là fuori anche loro adoravano il film, mentre ascoltavo I Don’t Want to Grow Up e, naturalmente, I Wanna Be Your Boyfriend

E alla fine ieri sono andato a vederlo al cinema, Ghostbusters. E ho capito due cose, che è crudele che le generazioni dopo la mia crescano avendo visto questo film al cinema, e che questi sono gli unici momenti in cui mi sta bene che la gente parli al cinema. E ieri c’era tutto, la t-shirt, i popcorn, gli amici. Noi del 1994 che l’abbiamo visto in tv. Carlo Valeri e quelli del 1984 che l’hanno visto al cinema. Perché noi generazioni abbiamo incrociato i flussi, perché se qualcuno ci chiede se siamo degli Dei, noi gli diciamo di sì.

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