SPECIALE IL NOSTRO NATALE – Regalo di Natale, di Pupi Avati

Emilia sognante fra l’ oggi e il domani, di cibo, motori, di lusso e balere,


Emilia di facce, di grida, di mani,…
Aemilia, F. Guccini

Proviamo a dire cosa non è Regalo di Natale (1986) di Pupi Avati, sicuramente tra i suoi film migliori. Non è un film sul Natale e sulla bontà che la festa ispira, ma questo è evidente; non è una commedia all’italiana, nei suoi dialoghi e nel clima che il film crea non c’è che spietata e durezza nei rapporti tra i personaggi che già erano di amicizia. Schietti, franchi, virili, ma che tradiscono il fallimento dei protagonisti epigoni di una generazione perdente. Una tale schiettezza di risultati non è poi così usuale per il cinema italiano. Non è neppure un film sulla coppia e sulle sue vicissitudini, sugli errori di gioventù, forse lo è sul rimpianto malinconico, tra le pieghe di quei brutti scherzi che gioca la memoria e il ricordo. Non è un film sull’amicizia, oppure, il che è uguale, sull’inimicizia, almeno non lo è nel comune modo di sentire e qui sta la genialità di Avati che non solo ha diretto il film, ma lo ha anche scritto da un suo soggetto. Una storia che in pochi tocchi e rara sintesi, mostra le ferite profonde di un’amicizia trasformatasi in rancore sordo e inespresso, profondo e inguaribile. Franco (Diego Abatantuono) e Ugo (Gianni Cavina) sono ora due estranei e attingono al passato per i pochi scambi di battute e Ugo, il traditore di professione, non sembra per nulla segnato dal totale fallimento della sua vita familiare, professionale e sociale. Qui sta la genialità, nel non lasciare spazio, ancora una volta al sentimento, ma a quella perseveranza del reale che sembra avvolgere il film e pervaderlo completamente.
Ma nonostante tutto serve scavare ancora di più tra le pieghe di questa storia così

Regalo di Natale, 1986

Regalo di Natale, 1986

sotterranea e silenziosa, come solo le storie semplici sanno esserlo, per trovare il motore primario di questi eventi. Non vi è dubbio che i calibrati movimenti dei personaggi e i dialoghi, più che credibili uniti alla restante solida scrittura, fusa tra passato e presente, senza fronzoli e sempre sul filo di una alta sensibilità narrativa, complice una elementare, ma efficacissima messa in scena, riescono a fare funzionare a perfezione il film.
Regalo di Natale diventa quindi una ennesima incursione di Avati nel tempo e nella memoria, unico tema frequente del regista che si affida al tempo per ritrovare i suoi tempi in una instancabile narrazione affidata alla reminiscenza del passato.
Il regista bolognese, affamato dei suoi personali amarcord, ha, infatti, continuato, durante tutta la sua carriera, con alterni risultati, a scavare dentro la sua personale memoria e quella collettiva per scovare storie che ricostruiscano l’animo della provincia emiliana geneticamente disposta ad una stratificazione del ricordo come prodromo di ogni spunto artistico. Da Pascoli a Guccini, da Fellini a Guerra, l’Emilia Romagna ha sommerso l’Italia dei propri ricordi, facendole diventare storia e patrimonio collettivo.
Pupi Avati partecipa da anni a questa minuziosa ricostruzione a volte restando nell’ambito di una superficialità che assume i toni macchiettistici e goliardici, a volte dilatando oltre misura l’enfasi del ritorno al tempo felice senza trovare l’equilibrio che invece ritrova a pieno e senza impacci nel perfetto meccanismo che mette a punto per i suoi quattro “amici” e il “malcapitato” avvocato Santelia nella notte di un natale qualsiasi alle prese con una infinita partita a poker dalle puntate esagerate, tra ricordi e tempo presente tutti egualmente fonte di ferite dell’anima per ciascuno dei personaggi.
È proprio il tempo quindi, ad essere il vero protagonista di questo film. L’occasione dell’incontro tra i quattro protagonisti: Ugo, Lele (Alessandro Haber), Stefano (George Eastman) e Franco sembra rimarginare ferite, in realtà ne apre altre, profonde, dolorose e definitive. Tra di loro, Martina (Kristina Sevieri), già moglie di Franco e poi amante di Ugo, ma amica dello sfigato Lele che di mestiere fa il vice nella rubrica di cinema del giornale di provincia, una sorta di Fantozzi senza licenza. Una donna che condisce i ricordi e aggrava

Regalo di Natale, Avati

Regalo di Natale, Avati

le ferite, per il suo darsi senza più remore e quasi il rimpianto di non essere una prostituta. È un presente ormai pieno di destini compiuti, frutti ammalati di un passato pieno di errori, con l’impressione di avere buttato la vita, di avere perduto il tempo dietro brutti alberi di natale addobbati solo per rispettare la stanca tradizione.
Avati lavora, su un assunto all’apparenza così semplice, ma in effetti di inusitata profondità sentimentale, in cui i (ri)sentimenti creano quel sostrato e quel profondo intreccio che si riverbera in un realismo delle forme, in una materialità attuale. Il regista bolognese ha dunque realizzato una sorta di “nemici miei”, con il coraggio di andare controcorrente anche nel finale, senza sconti al sentimento e alla speranza.
Il poker è così, ancora una volta, trama incompiuta della vita, sfida perduta con il destino in cui il piccolo mefistofelico avv. Santelia, un superbo Carlo Delle Piane vincitore della Coppa Volpi per questa sua interpretazione tutta sottotono e sotto traccia, conosce perfettamente l’animo del giocatore e pone l’unica condizione che il giocatore non può accettare. Scatta la trappola e la preda è incastrata. I giochi sono fatti. È l’alba, i sogni finiscono e anche questo Natale senza bontà è passato.