SPECIALE RITORNO ALLA VITA – L’abbraccio più bello di sempre

 

 

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C’è una sequenza straordinaria in Ritorno alla vita proprio a metà film. In un parco giochi Tomas è sulle giostre con la sua compagna e la figlia di lei quando ha una specie di allucinazione. La visione di un bambino che con una pistola giocattolo spara alla ragazzina. È una premonizione, un oscuro presagio di un incidente che di lì a pochi istanti si verificherà ma senza conseguenze per i personaggi. In realtà quasi tutto il film sembra andare avanti come fosse un sogno lungo un giorno. Tomas è uno scrittore di successo che vive in un “suo” mondo. Non è sempre stato un grande scrittore. Per diventare un artista ha dovuto sopportare un trauma terribile: ha involontariamente investito un bambino, uccidendolo. È il punto di partenza del suo sogno a occhi aperti. Da quel momento sforna romanzi straordinari ma per farlo si nega alle emozioni. O meglio le vive come se ogni cosa o persona fosse frutto di una visione personalizzata, necessariamente in 3D. Tutto allora per lui diventa estetizzante, concettuale, ma poco vivo.

È tutto così questo bellissimo e per certi versi sorprendente ultimo film di Wenders: opaco, sfumato, apparentemente poco vivo. Ritorno alla vita lavora sui colori iperrealisti di un melodramma di Douglas Sirk o Nicholas Ray come fosse un velo con cui nascondere e allo stesso tempo far rinascere la verità delle emozioni. Davvero un film lucidissimo, fragile e un po’ malato. Dilata le sfumature psicologiche ed emotive in attesa di qualcosa. Wenders è sempre stato un maestro in questo; ovvero nel prendersi e farci prendere tutto il tempo che serve per entrare nel respiro e nella vita (del cinema). Qui l’attesa sembra frastagliarsi negli istanti spezzati di un’infanzia difficile, appena sfiorata dalla macchina da presa (la vita di Christopher) o in quella più piena e narrata di Tomas, ma non meno complessa, alienata, incompiuta, in perenne attesa di qualcosa. Ecco che le donne e le relazioni amorose passano davanti ai suoi occhi impassibili. Per il protagonista possono diventare materia letteraria o anche cinematografica ma solo al prezzo di negarsi agli altri, alla comunicazione, e rimanere nel proprio mondo. In attesa di un finale, certo. Che di solito nei melodrammi è un bacio tra amanti e che invece qui è un semplice abbraccio tra un mancato padre e un mancato figlio. Allora, dopo, sarà tutto più facile. L’inquadratura, il 3D possono spegnersi per aprirci a un nuovo fuoricampo (o a un altro romanzo da scrivere). È solo al termine di questo immobile road movie spirituale che c’è il ritorno alla vita.

Dovremmo ringraziare per sempre Wim Wenders per averci regalato questo film e questo momento finale. Uno degli abbracci più onesti e desiderati visti su uno schermo negli ultimi anni. A occhi aperti.