SQuola di Babele, di Julie Bertuccelli

C’è un ragazzino serbo di religione ebraica che è scappato con la famiglia dalle persecuzioni neonaziste. C’è una ragazzina africana che rivede sua madre dopo dieci anni di lontananza e mortificazioni subite dalla famiglia paterna. C’è un ragazzo irlandese affetto dalla sindrome di Asperger, la cui madre ha invece perso il lavoro. C’è poi chi è venuto per studiare, chi è un “aspirante” esiliato politico, chi sogna di essere un medico, un pugile, una cantante, una professoressa, un violoncellista. La mappa geografica tocca il lungo corridoio del mondo, dove ogni nascita è una potenziale condanna perché potenzialmente si potrà credere in un dio “sbagliato”, nascere del sesso “sbagliato”, o avere una fede politica “sbagliata”. Cos’è allora giusto? «E perché i ricchi non aiutano i poveri? Esiste l’inferno? Perché ci deve essere un re o un presidente a decidere per tutti?» Nella piccola Babele dell’istituto Grange-aux-Belles di Parigi, la regista Julie Bertuccelli (Depuis qu’Otar  est parti, L’Arbre) raccoglie con estrema dedizione queste e tante altre domande poste da alunni stranieri durante quella che loro stessi chiamano “nascita”. La nascita in un nuovo paese con una cultura sconosciuta e una lingua difficile da apprendere. Il loro è un approdo o forse un viaggio immobile che avviene tra le pareti di una casa accogliente e precaria, quella della classe d’inserimento dove possono finalmente raccontare se stessi ed essere ascoltati. E ascoltarli significa crescere ed imparare.

Con il documentario La Cuor de Babel  Julie Bertuccelli firma il testamento dei giovani sans-future, le cui parole si leggono nitide nei primissimi piani dedicati ai loro sguardi intelligenti. Varcando la porta di quell’aula ci sediamo accanto a loro e viviamo visceralmente ogni inquietudine o piccola conquista, ridiamo e piangiamo assieme la disarmante spontaneità con cui affrontano il terrore dell’infibulazione, il desiderio del chador, la paura di non poter essere uguali. Trovarsi a tradurre e raccontare la fase adolescenziale è forse difficile tanto quanto viverla. Lasciarla tradurre e raccontare da questi ragazzi significa poter curare la cecità degli adulti. Ogni istante filmato in un intero anno scolastico compone un girotondo di storie preziose più delle favole, dove piccoli eroi compiono gesti straordinari che condividono reciprocamente. «Siete le mie sorelle, i miei fratelli. Siete la mia famiglia» si dicono durante l’addio che segna la fine delle lezioni. Un addio che si vorrebbe tramutato in un arrivederci. La Cour de Babel è e deve essere quell’arrivederci perché questo piccolo film urla verità enormi. E queste verità dovrebbero entrare in tutte le scuole del mondo, lì dove siede il nostro futuro.

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Titolo originale: La cour de Babel

Regia: Julie Bertuccelli

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Origine: Francia, 2014

Distribuzione: Kitchen Film

Durata: 94′