Stan Lee: to be continued?

La cultura di massa è un vasto terreno di indagine che spazia dai serial killer ai calciatori. Eppure, qualsiasi ricerca in questo campo indistinto avrebbe molte difficoltà a trovare una personalità più appagata di Stan Lee. Il ragazzo ebreo era entrato da raccomandato nell’ufficio della sgangherata casa editrice del cognato Martin Goodman nel 1941. Venti anni dopo, aveva lanciato una linea di supereroi che aveva superato nelle vendite l’irraggiungibile concorrenza della DC Comics. All’inizio del nuovo secolo, l’aveva trasformata in un colosso dell’entertainment che si è fuso con la Disney. Quindi, il sorridente non solo ha cambiato per sempre il mondo del fumetto ma ha vissuto abbastanza per plasmare a sua immagine anche il cinema.

Stanley Lieber sognava di fare il romanziere e firmò le sue prime storie di Captain America con uno pseudonimo, per non rovinare la sua carriera. Stan Lee ha slegato le sorti della Marvel dal volubile mercato dei lettori e le ha affidate a quello più solido degli spettatori. Non è più in questo mondo ma ha lasciato un repertorio di storie e di visioni che è andato oltre i suoi sogni più sfrenati. La sua eredità è un’epica pop talmente estesa ed intrusiva da aver raggiunto e formato su scala mondiale almeno tre generazioni. Il suo retaggio è un bagaglio di parabole eroiche trasmissibili attraverso qualsiasi medium e un portafoglio di personaggi che vale miliardi di dollari. In più, last but not least, Stan Lee ha fatto in tempo a godersi tutto questo.

La distinzione tra le ambizioni dell’individuo Stanley Lieber e quelle del personaggio Stan Lee è fondamentale per capire il suo lungo lavoro di persuasione collettiva. La sua morte è il trionfo più eclatante dell’enorme opera di autopromozione che l’editore ha perseguito sin dal primo numero di The Fantastic Four. La riconoscibilità della sua identità pubblica si era saldata così tanto al mondo dei fumetti che il sorridente era diventato un attore in scena. Un What If? del 1978 mostrava una realtà parallela in cui Stan Lee era Mr. Fantastic e Jack Kirby era La Cosa ma nel tempo l’ipotesi si è avverata in un altro modo. L’abitudine di vedere i suoi cameo all’interno di tutti i marvelmovies aveva rafforzato tra i suoi seguaci l’illusione che fosse immortale come i suoi eroi.

La permeabilità degli universi narrativi che aveva creato e l’interazione tra possibilità simultanee del racconto hanno sempre avuto bisogno del legame di elementi ricorrenti. Quindi, le divertenti comparsate di Stan Lee servivano anche a fissare il suo ruolo di garante della continuity prima della grande riunificazione della Disney. Non è un caso che il suo alter-ego cinematografico sia stato anche l’unico ad aver incontrato L’Osservatore in Guardians of the Galaxy Vol. 2. Stan Lee è un astronauta disperso nello spazio che ammorba il controllore dell’equilibrio marvelliano con una storia sui tempi in cui lavorava alla FedEx.

Il sorridente ci ha tenuto a restare se stesso anche davanti ad una delle entità più potenti del suo universo. Il suo spirito è una delle certezze della Marvel nella stessa misura in cui lo sono l’autocommiserazione di Peter Parker o l’esuberanza di Tony Stark. Stan Lee ha fissato il suo linguaggio sul tono amichevole con cui rispondeva alle lettere dei fan e da allora non lo ha mai tradito. Concedere un’eccezione avrebbe significato cancellare definitivamente l’idea consolidata che tutti potessero far parte dell’allegra famiglia del bullpen. I disegnatori come Jack Kirby e John Romita lavoravano da casa ma i lettori pensavano che esistesse un ufficio fumoso in cui stavano tutti insieme.

Stan Lee firmava i bulletin che comparivano in ogni numero e tutti avevano l’impressione che la sede di Madison Avenue fosse una casa aperta. Una volta, persino il Dottor Destino c’era entrato dentro per portare un po’ di scompiglio durante una riunione di lavoro. I fan che arrivavano a Manhattan nella speranza di incontrare i loro idoli trovavano solo gli uffici amministrativi ma a volte rimediavano un impiego. Stan Lee non ha mai smesso di incarnare questa idea della Marvel anche quando si è allargata in una media company di portata globale. La sfilata delle star e la presentazione dei franchise multimilionari impallidivano davanti al mattatore indiscusso di ogni Comic-Con.

La storia del fumetto ha affrontato in modo esaustivo le innovazioni della complessa emotività dei supereroi con superproblemi. È vero che Stan Lee ha intercettato un pubblico nuovo che aveva bisogno di storie diverse ma il suo vero segreto è averlo fidelizzato. Chi comprava un comicbook della Marvel apparteneva ad un clan in cui tutti conoscevano le espressioni idiomatiche e le frasi in codice. I nomi dello scrittore, del disegnatore e persino dell’inchiostratore erano un richiamo importante della copertina. La sua politique des auteurs si basava su una squadra in cui tutti avevano un soprannome basato sul temperamento e in cui il lettore si poteva identificare.

L’esercito dei devoti si chiede in quale multiverso Stan Lee sia ancora vivo ma anche come sarà il Marvel Cinematic Universe senza di lui. La speranza che il finale di Infinity War venga modificato da qualche trucco del Dottor Strange accompagna l’attesa dell’ultimo capitolo. Chissà se i miracoli della post-produzione non ci restituiscano anche il sorridente, nell’immortalità di una saga dove gli eroi non restano mai morti per sempre.


Infografica a cura di Stampaprint