Still Alice, di Richard Glatzer e Wash Westmoreland

Still Alice è un film costruito interamente intorno al primo piano del volto di Julianne Moore: in numerosissime occasioni i due autori decidono di rinunciare completamente al controcampo delle sequenze di dialogo, e così al consorte Alec Baldwin non rimane che comparire di quinta, recitando con la nuca agli angoli di un'inquadratura (eloquente in questo la scena della rivelazione notturna a letto, in cui Baldwin rimane disteso per non “impallare” l'assolo di Julianne Moore) consacrata in maniera assoluta alla perfomance della fenomenale attrice.
Ridimensionata la figlia disubbidiente Kristen Stewart a faccia nel display di una videochiamata skype (dunque un altro controcampo annullato), la nostra Alice affronta anche il primo appuntamento dal medico, che le diagnosticherà poi una rara forma di Alzheimer precoce, in un piano sequenza a camera fissa sulla donna, che non permette a noi di vedere il volto della voce del dottore, che resta fuoricampo, e a lei di prendere fiato e aria durante il terribile interrogatorio mnemonico-cognitivo.

Una volta capita l'antifona, resa eloquente anche dalle prime esperienze di spaesamento spaziale di Alice in cui la mdp gira vorticosamente intorno alla protagonista e tiene fuorifuoco tutto il resto degli elementi in scena (alla macchina l'abituale collaboratore di Assayas, Denis Lenoir, sempre acutissimo), ci si rende anche conto che Still Alice è davvero la storia di una donna abituata ad essere il perno, il centro dell'attenzione di tutti e sul lavoro (è una brillante accademica della Columbia University che tiene lezioni appassionate e applauditi convegni) e in famiglia, dove è il punto di riferimento del marito e dei tre figli.
La malattia la costringe a lasciare la ribalta, ad assumere una posizione defilata, ai lati dell'esistenza dei suoi cari (Baldwin e la figlia maggiore Kate Bosworth e le loro carriere sulla rampa di lancio…): è questo quello che Alice, e la sua memoria d'infanzia in super8, non riesce ad accettare più di tutto (non a caso sarà raggiante della possibilità di esibirsi in un altro monologo di bravura, quando preparerà il discorso per la serata di raccolta fondi sull'Alzheimer).

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E' vero, l'aspetto maggiormente inedito del film è l'analogia crudele tra gli studi di linguistica in cui è specializzata Alice, e la perdita graduale ma inarrestabile delle capacità comunicative a cui la costringe la malattia: donna colta e intelligente, Alice mette in moto una serie di trabocchetti mentali contro il proprio cervello, per evitarne il più possibile la deriva.

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Peccato che l'altra intuizione, quella ovvero di legare questa battaglia alle possibilità offertaci oggi dalla tecnologia portatile, resti soltanto abbozzata: Alice usa il suo smartphone come stimolo continuo, promemoria sempre a portata di mano e esercizio costante con le parole e i giochi combinatori.
Non a caso, la sua situazione precipita proprio nel momento in cui Alice non riesce più a trovare il suo telefono: Glatzer e Westmoreland sono talmente bravi a non spingere sul pedale del patetico (il film è fortunatamente pieno di ellissi, di disagi giusto suggeriti come la sequenza quasi thriller della ricerca della porta del bagno con inevitabile finale, e l'accenno balbuziente sur le pont d'avignon solo in chiusura…), che la crisi isterica della donna in reazione alla scomparsa dello smartphone potrebbe quasi essere la sequenza più drammatica di tutto Still Alice.


Titolo originale: id.
Regia: Richard Glatzer, Wash Westmoreland 
Interpreti: Julianne Moore, Kristen Stewart, Kate Bosworth, Shane McRae, Alec Baldwin, Seth Gilliam, Hunter Parrish, Daniel Gerroll 
Origine: USA, 2014
Distribuzione: Good Films 
Durata: 99'

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