#TFF33 – Giorno 3 – La Comunità

Comunità ipocrite, asfittiche e disfunzionali (Coup de Chaud) o ancora comunità disintegrate la cui funzione simbolica e protettiva si annichilisce nell’incedere di una modernità disgregante e disumanizzante (Les Loups), o infine una comunità post moderna che ha oramai scavallato le linee di demarcazione tra il bene ed il male (Shinjuku Swan). Queste le suggestioni date dai film delle varie sezioni del Torino Film Festival, l’uomo che si interroga sulla sua continua ricerca di un gruppo sociale, vissuto come un bisogno inalienabile di cui si accettano anche gli elementi violenti (l’eliminazione dei componenti più deboli mostrata da Raphaël Jacoulot in Coup de Chaud) in funzione di un compromesso che gli assicuri una forma di stabilità, un’appartenenza:  Les Loups di Sophie Deraspe, regista del Quebec per la seconda volta in concorso a Torino dopo Les signes vitaux, presentato nel 2010.

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La giornata di ieri si è aperta con Coup de Chaud di Raphaël Jacoulot presentato in concorso per la sezione Torino 33. Jacoulot parte da ciò che conosce, un fatto di cronaca avvenuto nel suo paese di provenienza, una cittadina al sud della Francia, per mostrarci un finto Eden all’interno del quale i personaggi sono in realtà intrappolati nei meccanismi di quotidiane invidie e prevaricazioni, che gli impediscono di espandere la propria visione sulle cose. In questa dinamica violenta si trova incastrato suo malgrado Josef, componente del gradino più basso della scala sociale, una famiglia di gitani. Il giovane vaga per la cittadina provocando disagi, ruba oggetti di nessun valore, ascolta la musica a volume altissimo con la radio della sua minuscola macchina. Josef è una facile preda per uomini senza scrupoli che lo utilizzano per i propri scopi, con la certezza di non venire scoperti grazie al clima di generale diffidenza creatosi nei confronti del ragazzo. I “cittadini integerrimi” mostreranno l’inconsistenza dei loro principi nel momento in cui i loro bisogni andranno a scontrarsi con le colpe apparenti del ragazzo. Coup de chaud è una riflessione asciutta e composta, che senza retorica e facili sottolineature emotive riflette sulle facili trappole nella quali cade l’individuo: la paura e il pregiudizio che si trasformano in odio. In più di un’occasione i personaggi della cittadina accusano le istituzioni di non proteggerli da Josef, e  Jacoulot ci mostra come la comunità sia più spaventosa delle asettiche “istituzioni”, che si attengono alla realtà oggettiva dei fatti non condannando il ragazzo. In tal senso la figura del commissario – che mette ognuno dei personaggi di fronte alle proprie colpe – si mostra come un freddo deus ex machina venuto a riportare giustizia.  a coup de chaud

Con Les Loups la regista canadese Sophie Deraspe pulisce l’immagine da ogni eccesso barocco, mantenendone però il lirismo di una visione minimale come il paesaggio del nord dove ambienta le vicende di Elle, giovane studentessa universitaria. Partendo come una sorta di spy story, il film si configura invece come un percorso di ricerca delle origini, bisogno di appartenenza a quel branco da cui l’opera trae il titolo, che si apre a varie possibili interpretazioni. Nel Nord dell’Atlantico la vita dei cacciatori di foche è dura com’ è dura la natura con i suoi abitanti. In tal senso “les loups” assume molteplici significati: primo su tutti l’anima brutale e ferina dei cacciatori, mostrati mentre uccidono le foche per poi scuoiarle e a volte mangiarne il cuore come rito iniziatico. Ma il film si rifiuta di dipingerli unicamente come carnefici e la regista lascia incombere l’ombra di predatori più feroci, anche se non identificabili e solo accennati, come i grandi pescherecci che hanno già privato il mare del nord di tutte le sue materie prime. Da chi o da cosa deve realmente difendersi il branco? In una visione unitaria tra le molteplici specie viventi, assieme a quello degli animali cacciati, l’annientamento e la dispersione degli esseri umani sono inevitabili? shinjiku swan

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Se con The Assassin presentato nella sezione Festa mobile, il regista Hsiao-hsien  scompagina le griglie del genere wuxia per nutrire lo sguardo di immagini meravigliose e abituarci all’osservazione e all’ascolto di un racconto mitico sull’impero cinese nel IX secolo,  Shinjuku Swan di Sion Sono – presentato nella sezione After Hours – ci mostra con sarcasmo e ironia le faide tra gangster giapponesi: un gruppo di “talent scout” ossia reclutatori di prostitute, che si fa la guerra tra le strade del quartiere a luci rosse di Tokyo. Provocatorio e delirante, il racconto di Sion Sono sembra una favola alienata, dove tutto è volto al godimento ludico dell’eccesso. Tratto da un manga già divenuto serie televisiva nel 2007, in Shinjuku Swan Sono è riuscito nell’impresa di compattare in due ore e mezzo di girato una trama complessa, mantenendo un ritmo vertiginoso, per un racconto che si scrolla di dosso il peso della morale o dei moralismi, o meglio ne utilizza i canoni di riferimento per farne parodia, per un cinema che diventa gioco leggermente perverso e si offre al piacere dello sguardo e al gusto adrenalinico.