#TFF37 – Frances Ferguson, di Bob Byington

Una comunità, North Platte, in Nebraska, di circa 8000 abitanti. Una giovane donna tra tante. Sembra uno dei tanti volti della città. La sua espressione è spesso fissa, assente. Come se fosse impermeabile ad ogni azione e reazione. I luoghi e gli altri personaggi. Lei, una giovane supplente (interpretata da Kaley Wheless) è infelicemente sposata e madre di una bambina. Viene arrestata dopo essere andata a letto con uno studente. La notizxia si diffonde velocemente e cambia la sua vita.

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Basato su fatti realmente accaduti, Frances Ferguson è una commedia nera che segue con un umorismo compiaciuto misto a indifferenza tutte le tappe della protagonista. Dalla totale assenza di complicità al marito fino all’arresto, il processo, la detenzione, la rieducazione sociale. L’origine della specie, con la foto di Darwin. Un percorso mostrato come un trattato scientifico. Frances Ferguson sottolinea come i luoghi e il contesto familiare già determinano come ci comporteremo. Forse già il primo piano su Frances in casa, con il marito e la figlia, già anticipa quello che sta per accadere. In realtà già suggerito dalla prima immagine del processo. Con una narrazione volutamente impassibile. Frances non sembra infelice. Sembra quasi il risultato di un trattato scientifico dove mostrare l’assenza di reazioni davanti ai fatti: il difficile rapporto con la madre, quello inesistente col marito, l’arresto, gli insulti per strada, l’attacco nei suoi confronti di una ragazza nella terapia di gruppo. Il mondo che gravita attorno a Frances si dissolve progressivamente. Un po’ lo stesso destino di Max il 35enne protagonista di Somebody Up There Likes Me, il film realizzato da Byington nel 2012 che ha vinto il Premio speciale della giuria al Festival di Locarno.

Una voce-off si impone come racconto predominante. Racconta tutte le fasi di quello che è successo a Frances. Si incrocia, si sovrappone e a tratti predomina anche sulla stessa protagonista quando parla. Ma diventa anche la rivelazione dello script. Soprattutto quando avverte lo spettatore che sarà l’ultima volta che si vedranno alcuni personaggi. Frances Ferguson è un film che gira su se stesso. Con i colori algidi della fotografia di Carmen Hilbert e una musica che sottolinea la persistente condizione di assenza. Lo stile vorrebbe essere invisibile. Invece s’impone. Nelle sue dissolvenze incrociate, nel disegno formale di un film dove non passa corrente elettrica. Quasi un esperimento alla Todd Solondz. Che davanti a Frances Ferguson si rimpiange.

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