#TFF37 – Tutto l’oro che c’è, di Andrea Caccia

In una celebre poesia Giuseppe Ungaretti diceva “questi sono i miei fiumi”. Arterie di una vita intera che sembrava fluire al ritmo altalenante dell’acqua. Il fiume che si mostra come placida creatura antica che si insinua nel paesaggio serbandone la memoria, personale e collettiva, dell’uomo e della natura.

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Poche parole che potrebbero essere la perfetta epigrafe di Tutto l’oro che c’è, nuovo documentario di Andrea Coccia. Anche lui, come il poeta d’Alessandria d’Egitto, è cresciuto lungo le rive umide di un corso d’acqua, sulle sponde piemontesi del Ticino, dove da bambino andava a gettare sassi tra le onde, osservandone i riflessi. Contemplando e percorrendo il fiume si “ripassano le epoche della vita”, si indagano le tracce sotto forma d’indizi, lasciate lì a sedimentare.

È un luogo perfettamente fuori e dentro il tempo, quello filmato da Caccia, un microcosmo con le sue regole in cui l’ultra-realtà documentaria scivola continuamente nella fiaba e nella metafisica, con il bosco e l’acqua che lentamente si fanno rarefatti e sospesi. I personaggi che popolano questi ambienti sembrano provenire da lontano, da antiche storie o leggende. Caratteri da grande letteratura: c’è il carabiniere-detective, il cacciatore, il bambino. Tutte le età della vita sullo schermo a rappresentare il ciclo della natura. C’è il cercatore d’oro che ci fa scordare per un attimo di essere tra i monti del Piemonte accompagnandoci per mano in qualche fiumiciattolo del profondo west americano. C’è un uomo tra gli alberi, accolto dalla natura circostante, nudo, al grado zero dell’umanità. Selvaggio e puro.

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Sono tipi umani universali le cui esistenze, in questo regno fluviale magico, non s’incontrano mai. In Tutto l’oro che c’è si odono solo i suoni della natura in cui l’uomo, con il linguaggio che contraddistingue la sua specie, sembra essere un ospite sperduto che muove i suoi timidi passi. Sono rari gli elementi che fanno trasparire la sua azione sul paesaggio: una diga, un aereo che passa, un picnic lungo la riva con la radio che suona.

Eppure è qui che s’innesca il potente corto-circuito del film.

L’immagine primordiale, edenica, della natura quasi incontaminata narrata da Caccia, in cui l’uomo è tanto in armonia col paesaggio da non sentirsi costretto a coprire le proprie nudità e vaga nudo tra i boschi, sembra appartenere a una lontana età dell’oro oggi perduta. Talmente bella da darci una scossa, da invitarci a reagire.

Viviamo nell’era geologica, sociale, politica nota come antropocene, un’epoca di passaggio travolgente in cui l’impatto dell’uomo sul pianeta si fa sempre più invadente e colonialista, ed il pianeta dal suo canto si vede costretto a reagire stoicamente a questo attacco alieno. Il futuro della Terra è pericolosamente incerto e bisogna lottare per salvaguardarlo. Come scrive Crutzen, colui che ha coniato il termine ‘antropocene’:« l’umanità è arrivata a scrivere sulle rocce, a lasciare tracce non più riconducibili al tempo della breve vita umana, ma nemmeno a quello dei monumenti e delle loro rovine millenarie o della conservazione/copiatura attraverso i secoli di stele, tavolette, papiri, codici, manoscritti.Chi leggerà la scrittura sulle rocce, le tracce dell’umano che stanno entrando di diritto nel deep time geologico? Che tipo di tracce sono quelle lasciate nella terra incognita del futuro plasmato dall’impatto umano sull’ambiente? ».

Tutto l’oro che c’è ci invita a osservare quello che abbiamo e che abbiamo avuto attorno e a non lasciarlo andare.

 

 

 

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