The Arch, di Alessandra Stefani

The Arch è il primo lungometraggio diretto e prodotto da Alessandra Stefani, che segue l’architetto Dada in giro per il mondo, tra il documentario d’inchiesta e road movie. In sala fino al 29

Si parte da Viaggio intorno alla mia camera scritto durante i 42 giorni di domiciliari di Xavier de Maistre. Dove lo scrittore racconta, in 42 capitoli, il suo confinamento in casa passato tra lo zigzagare in casa e il discutere con il suo doppio sugli oggetti e i quadri di casa, che improvvisamente diventano apertura verso l’esterno. Ed è un’apertura verso l’esterno ciò che cerca l’architetto italiano Dada, nostra guida nel documentario, che incarna un po’ lo spirito di ogni studioso d’arte. The Arch diventa trait d’union tra Occidente e Oriente, con un protagonista che si materializza da una parte all’altra del mondo ricercando nel viaggio interiore, in uno spazio vuoto, una costruzione che possa fare d’apertura all’occhio annoiato. Il tempo durante la noia diventa infinito, sembra fermarsi, ed è proprio lì che i quadri di de Maistre e le strutture visitate da Dada diventano aperture verso mondi lontani e nuove ibridazioni, dove culture e linguaggi entrano in contatto tra di loro formando qualcosa di totalmente nuovo e mai visto prima.

L’architetto ne esce come figura bianca, come oracolo che si fa carico delle storie del passato e le tramanda, facendole diventare mito del nuovo mondo. È già il nome del protagonista, Dada, che ci suggerisce un po’ qual è probabilmente il vero ruolo dell’arte e di chi ne discute, quello di costruire nuovi linguaggi, nuove mitologie. Anche il documentario di Alessandra Stefani è una grossa ibridazione. Un monstrum che arriva nelle sale con una forma tra il documentario d’inchiesta e il road movie. Vengono attraversati quattro continenti si passa da Sydney a Guadalajara, da Seoul a Berlino con Dada che si perde tra le luci e le ombre della città. Le legge, le fa sue e discute sule possibili evoluzioni future dell’architettura con altri oracoli che hanno contribuito allo sviluppo e alla costruzione di alcune tra le opere contemporanee più interessanti al mondo.

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L’opera prima di Alessandra Stefani riesce a restituire bene la contemporaneità nella figura del suo protagonista. Un uomo solo, annoiato e sognante che sembra muovere i primi passi verso un mondo androide, specchio di un passato inafferrabile, dove l’ipertesto la fa da padrone. È un mondo dada, è un mondo ibrido, dove non esistono più linguaggi ben consolidati, dove la parola si sfalda per favorire l’immagine e dove lo spettatore rimane immerso in flusso di colori e luci, proprio come succede al protagonista in una sequenza in Estremo Oriente.
Se da una parte il protagonista riflette bene lo zigzagare del linguaggio audiovisivo contemporaneo, dall’altra è anche ciò che squilibra il documentario che tra il suo corpo, la voce fuori campo, il viaggio e le interviste diventa confuso e artificioso. Di fatto in The Arch ci sono due film, uno è un documentario d’inchiesta con interviste e voce fuori campo e l’altro è un film su un uomo misterioso di cui non viene detto nulla che cresce in un mondo in costante sviluppo. Un uomo che si perde in mezzo alle strade trafficate della metropoli. In perfetta solitudine come un tassista scorsesiano che deve reimparare a vivere in un mondo che adesso più che mai, dopo la reclusione Covid, è diverso.

Regia: Alessandra Stefani
Distribuzione: Adler Ent.ertainment
Durata: 104′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (2 voti)
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