The Dissident, l’omicidio Khashoggi su MioCinema

Il doc di Bryan Fogel, Premio Oscar nel 2017 per Icarus, indaga sull’omicidio del giornalista arabo, ricostruendone le dinamiche e interrogandosi sulle sue estreme conseguenze geopolitiche.

Recentemente l’intelligence statunitense ha ribadito come il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, sia direttamente coinvolto nell’omicidio di Jamal Khashoggi. L’ex giornalista del Washington Post, apertamente a favore di una svolta liberale da parte dello stato saudita, è stato ucciso e fatto scomparire nell’ambasciata del suo stesso paese a Istanbul nell’Ottobre 2018. A tre anni di distanza arriva sulla piattaforma di MioCinema, grazie a Lucky Red, The Dissident, documentario di Bryan Fogel che cerca di ricostruire le dinamiche dell’omicidio e del successivo insabbiamento. Il documentario, oltre che nuovi materiali esclusivi sull’omicidio, si avvale della collaborazione dell’ex compagna Hatice Cengiz e del dissidente Omar Abdulaziz, oggi in esilio politico in Canada.

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Khashoggi, infatti, era qualcosa di più che un giornalista, come era principalmente conosciuto in Occidente. In Arabia è stato un importante sostenitore della libertà d’espressione, dell’uguaglianza dei diritti delle donne e dei diritti umani nel regime saudita. Questo suo impegno per una modernizzazione culturale del suo paese ha intaccato fortemente l’immagine di regime progressista spinta dal suo monarca bin Salman. Un velo di Maya necessario a coprire omicidi e incarcerazioni di attivisti progressisti, lasciando intravedere solo la patina di una ricchezza garantita dalle risorse petrolifere del paese. Per questo, nei giorni successivi all’omicidio, sono state diffuse ad arte diverse notizie volte a screditare Khashoggi, come quella di una presunta simpatia per al Qaeda.

“(…) ogni volta che qualcuno riempie il serbatoio di benzina può pensare «Il mio consumo energetico contribuisce a finanziare un regime oppressivo disposto a tagliare in due una persona solo perché vuole la libertà di parola»”, ha dichiarato lo stesso Bryan Fogel. La problematicità della vicenda getta una lunga ombra sulla tenuta morale degli stati democratici, che nonostante le indagini di CIA, Nazioni Unite e delle autorità turche hanno preferito girarsi dall’altra parte. “(…) mi sono trovato di fronte (…) a una sconcertante quantità di prove e non una singola nazione disposta a prendere posizione contro il denaro rappresentato da questa monarchia assoluta. (…) A tutto campo, la comunità mondiale accetta la censura, la repressione, l’omicidio, il genocidio e non prende posizione”. Un’ipocrisia che lo stesso regista dice di rivedere nelle (non) prese di posizione nei confronti delle proteste di Hong Kong e dello sterminio degli uiguri da parte della Cina.

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Un altro problema che The Dissident vuole sollevare, sulla scorta di documentari recenti come Zero Days di Alex Gibney, è quello della pirateria informatica. Fogel ha infatti ricostruito l’hackeraggio del telefono di Abdulaziz tramite lo spyware Pegasus dell’azienda NSO Group: “La cosa terrificante è che non esistono limiti. Non sembra esserci alcuna supervisione sull’utilizzo di questa tecnologia. (…) anche dopo essere stato messo di fronte alla violenza che la sua tecnologia ha causato l’NSO Group ha continuato a vendere le sue armi informatiche al miglior offerente. E non è l’unica azienda a farlo (…)”. Fogel continua nell’intervista raccontando anche come lo stesso cellulare di Jeff Bezos, ex CEO di Amazon, sia stato hackerato proprio attraverso un messaggio del principe saudita Mohammed bin Salman.

Il regista di The Dissident non è nuovo a questo cinema innervato di attivismo. Nel 2017 ha vinto l’Oscar per il miglior documentario grazie a  Icarus, la cui indagine ha portato alla luce il programma di doping della Russia, che deve scontare una squalifica fino al 2022. The Dissident, a detta di Fogel, non si pone utopisticamente lo scopo di portare a una regolamentazione dei crimini informatici né di produrre un cambiamento della politica estera mondiale. Il documentario vorrebbe sollevare una reazione popolare, di tutti: “Qualunque persona prenda la parola o un’iniziativa rende più difficile il ripetersi di un reato come questo. Rende molto più complesso per persone come Mohammed bin Salman scegliere il proprio bersaglio seguente e perseguire un whistleblower che difende la democrazia, perché gli è stato dimostrato che il mondo osserva con attenzione e l’umanità ha a cuore quello che è giusto più di quello che genera profitto”.

The Dissident di Bryan Fogel, presentato allo scorso Sundance Film Festival, è visibile sulla piattaforma MioCinema.

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