The Forty-Years-Old Version, di Radha Blank

Find Your Own Voice. Il film riscrive la grammatica dell’emancipazione black e allarga il campo a nuove modalità per l’affermazione di sé. Una Kate Tempest meno arrabbiata. Su Netflix

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The Forty-Years-Old Version di Radha Blank, vincitore del premio per la miglior regia all’ultimo Sundance Festival, è forse l’incontro perfetto tra due delle cinematografie più influenti della scena americana contemporanea: Barry Jenkins da un lato, nella stessa necessità di cercare la bellezza nel dolore e viceversa (Se la strada potesse parlare); Noah Baumbach dall’altro, per il medesimo rammarico nei confronti delle occasioni perdute che hanno i personaggi filmati da entrambi i cineasti (Il calamaro e la balena, The Meyerowitz Stories).

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Certo, nell’opera prima di Radha Blank c’è anche tanto Spike Lee, ma ribadire quest’ultima considerazione pare quasi superfluo, visto il gioco di rimandi che a più riprese torna in The Forty-Years-Old Version (come superfluo è ribadire la citazione, nel titolo, di Judd Apatow).
Del resto la Radha del film, alter ego nemmeno troppo implicito della Radha regista, è una Lola Darling fotografata a trent’anni di distanza, dopo che ogni impulso vitale dell’epoca abbia lasciato spazio a miriadi di treni persi, aspettative infrante, amori mai sbocciati. È un’ellissi temporale quasi sorprendente, quella tra i due esordi alla regia di Lee e Blank, a maggior ragione se si pensa che entrambi, qualche anno fa, avevano provato a realizzare, senza troppo successo, una versione aggiornata in due stagioni e 19 episodi di She’s gotta have it.

In The Forty-Years-Old Version Radha è una donna sola che butta giù bevande diet e origlia i vicini mentre fanno sesso. Dieci anni prima, il suo successo come drammaturga sembrava averle aperto un’autostrada nel severo mondo della critica teatrale newyorkese, poi però qualcosa era andato per il verso storto.

Ma Radha non vuole più accontentarsi. Quell’ambiente cinico e patinato, che si riempie la bocca con August Wilson soltanto per lavarsi la coscienza e sentirsi dalla parte del popolo, non può più andarle bene. La via di fuga è il rap, per poter parlare liberamente di gentrificazione ed emancipazione femminile: Find Your Own Voice.
È tutto nelle sue mani, nella sua testa. Persino l’amore, per quanto a lungo ricercato, stavolta non può essere il solo motivo che spinga il cambio di passo della protagonista.


Radha è una Kate (Kae) Tempest meno incazzata con il mondo,  la cui storia non cade mai nel tranello delle questioni razziali e scavalca elegantemente ogni possibile compromissione con la blackness issue.

Allora la t.h.u.g. l.i.f.e. di 2Pac, spesse volte ripresa dalla nuova scena di registi afroamericani come monito alla ribellione collettiva di un intero popolo, in The Forty-Years-Old Version lascia spazio al già citato Find Your Own Voice: il cambiamento può esserci anche se è dentro noi stessi.

È un ribaltamento di prospettive non da poco. La battaglia di Radha non è contro l’industria musicale né contro un sistema economico che l’ha costretta ai margini come in 8 Mile o Get Rich or Die Tryin’, la sua è piuttosto la necessità di ridefinire i confini del proprio essere.
Arrivati a quarant’anni la versione dei fatti si può radicalmente riscrivere, gli obiettivi ricalibrati, le priorità ristabilite. Non è mai troppo tardi per trovare la propria voce.

 

Titolo originale: id.
Regia: Radha Blank
Interpreti: Radha Blank, Peter Kim, Oswin Benjamin, Imani Lewis, Haskiri Velasquez, Antonio Ortiz.
Distribuzione: Netflix
Durata: 124′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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