"The Quiet American", di Phillip Noyce

Secondo adattamento dell'omonimo romanzo di Graham Greene, scritto tra il '52 e il '54, dopo che già nel 1956 J. Mankiewicz ne aveva tratto una sua versione, da cui lo scrittore prese subito le distanze, poiché, in seguito ad una lettera di (re)pressione della CIA, il finale era "americanizzato". A "fare giustizia" ci ha pensato l'australiano Phil Noyce, che continua la sua indagine nel mondo dell'agenzia di spionaggio americana dopo i due thriller degli anni '90, Giochi di potere (1992) e Sotto il segno del pericolo (1994) entrambi con Harrison Ford nei panni dell'agente Jack P. Ryan. L'operazione filologica portata avanti dalla produzione, che ha all'origine un progetto di Sydney Pollack (qui produttore esecutivo), pone al centro del racconto Thomas Fowler (Michael Caine), inviato inglese che da tempo si è stanziato a Saigon, i cui "frutti" (la bellissima e giovane Phuong, l'oppio, etc.) leniscono i suoi dolori di uomo occidentale avviato alla decadenza. Ad interrompere questo quadro di "pace" che ha sullo sfondo il Vietnam del '52, già dilaniato dalla guerra indipendendista condotta dai comunisti di Ho Chi Minh contro i francesi, arriva un giovane americano, Alden Pyle (Brendan Fraser), che sotto le sembianze di un "quieto" provinciale venuto a proporre piani di aiuti economici cerca l'amicizia di Fowler, a cui prima porta via Phuong, poi mostrerà il suo vero volto di agente CIA in missione terroristica per aprire una terza via (porta della futura entrata in guerra degli USA).


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Rimandando altrove la "lettura politica", è chiaro che l'accumulo di date (e dati) hanno reso impossibile captare lo "spirito" di The Quiet American, che è un romanzo "di cronaca". Greene infatti, si è realmente recato più volte, come inviato, nel Vietnam dei primi '50 (e vi aveva una giovane amante); il suo sembra un evidente tentativo di far passare, attraverso la forma racconto, fatti e atmosfere che nessun giornale occidentale avrebbe pubblicato. Da qui la sublimazione semi-autobiografica di sé nel personaggio di Fowler e la metaforizzazione del misterioso, bello e affascinante oriente in Phuong e della politica USA in Pyle, facendo scorrere le dinamiche di un innocuo triangolo amoroso attraverso i massacri reali che stavano accadendo. Noyce (o chi per lui) fa di tutto questo una sorta di omaggio allo scrittore e a quel cinema noir che ha trovato in Greene una fonte inesauribile. Omaggiando nell'inizio Sunset Boulevard, con Pyle morto dalla prima inquadratura, il film diventa un lungo flashback descrittivo senza nessuna attesa per la conclusione della vicenda divisa nettamente in due parti: intreccio amoroso in primo piano e politico sullo sfondo nella prima, viceversa nella seconda. Il resto è tutto affidato alla bravura di attori e sceneggiatori che sorreggono la mano descrittiva dell'australiano (evidente quando la mdp ripassa leziosa sui corpi insanguinati e dilaniati dalle bombe) riuscendo ad evadere, attraverso i dialoghi, dalla struttura "a cipolla" che dovrebbe costruire la loro ambiguità. Tutto trova conforto nella fotografia del grande Du Ke Feng (aka Christopher Doyle: Hong Kong Express; Angeli Perduti, In the Mood for Love) che, fedele a Greene, ha cercato di cogliere l'umidità e le sfumature, ispirandosi ai vestiti di seta delle donne vietnamite.

 

Regia: Phillip Noyce


Sceneggiatura: Christopher Hampton; Robert Schenkkan, dal romanzo omonimo di Graham Greene


Direttore della fotografia: Christopher Doyle (Du Ke Feng)


Montaggio: John Scott


Scenografie: Roger Ford


Colonna sonora: Craig Armstrong


Interpreti: Michael Caine (Thomas Fowler) ; Brendan Fraser (Alden Pyle) ; Do Thi Hai Yen  (Phuong)


Produzione: Mirage Enterprises; Saga Films; IMF Production


Origine: USA, 2002


Distribuzione: Medusa