The Rossellinis, di Alessandro Rossellini

La “Rossellinite” secondo Alessandro Rossellini (figlio di Renzo, il primogenito del regista Roberto Rossellini) affligge tutti i membri della famiglia allargata dei Rossellini. C’è chi lo ammette e chi no, e The Rossellinis, docu-viaggio del nipote del regista attraverso Svezia, America e Quatar, si trasforma presto in una grande riunione di famiglia, dove ricordare ma soprattutto affrontare dolori passati e problemi sepolti, irrisolti. Ricordare periodi comunque sempre magici per la famiglia Rossellini (come ci ha raccontato lo stesso Alessandro in un incontro alla Mostra del Cinema di Venezia), anzi per le famiglie Rossellini, che il regista mise su con le tre mogli, Marcella De Marchis, Ingrid Bergman e Sonali Das Gupta. Cercare però, anche di fare i conti con la Rossellinite per l’appunto, di cui Alessandro si proclama portatore a tutti gli effetti, deciso a far riconoscere questa malattia anche ai suoi parenti. Ossia fare i conti con il peso che un nome così può avere sui suoi discendenti. Così Alessandro decide di impugnare la una macchina da presa e parte per il suo viaggio-documentario che da subito assume il compito di una liberazione necessaria. Nel farlo restituisce un’opera prima di tutto molto interessante, che lungi da fare mero gossip approfondisce la vita privata del regista romano, all’epoca tanto discussa. Un film che non vuole porsi come distruzione di un mito, ma ci mostra il regista nelle vesti di nonno, o padre o padre putativo. Il tutto attraverso uno sguardo sempre ironico, in cui Alessandro Rossellini assume il ruolo di collante fra i vari figli Rossellini, costringendo tutti con dolcezza, ad affrontare questo imponente membro della famiglia. E pur essendo The Rossellinis un documentario che funziona su un piano universale (chi di noi non ha in famiglia figure da distruggere) proprio per via dell’imponenza del nome Roberto Rossellini, risulta ancor più necessario.

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Un regista così importante, un regista che, come spesso sentiamo ripetere nel documentario, nella vita ha fatto Roma Città Aperta. In questo è esplicativo il momento in cui si ricorda il litigo fra le due gemelle Ingrid e Isabella relativo al cortometraggio di quest’ultima, Mio papà ha cent’anni, nella quale Isabella proietta Roma Città Aperta su di un’enorme pancia che rappresenta quella del corpulento padre, gesto che per Ingrid è di insulto verso la figura, mentre per Isabella è in certo senso solo affettuosa distruzione. Insomma un’ombra con la quale volenti o nolenti bisogna fare i conti, e ognuno a modo suo. Per Alessandro la missione diventa quasi psicoanalitica, mantenendo un ottimo equilibrio nella “distruzione”, perché sempre è sottinteso l’affetto per questa strana figura di nonno, a cui si riconosce il ruolo di collante fra le famiglie. Ruolo assunto ancora ora, perché in questo viaggio compiuto dal regista si cena insieme e si passeggia, si riallacciano rapporti, se ne creano di nuovi mai sbocciati (come nel caso di quello con lo zio Robin, fratello di Isabella e Ingrid, che vive solo su un’isola in Svezia) e si scoprono, ripercorrendo a ritroso ricordi e storie dimenticate, nuovi legami di cui non si era a conoscenza. Un documentario curativo dunque che assume varie funzioni, anche e soprattutto quella di scoprire qualcosa in più su se stessi, urgenza necessaria per Alessandro. E quale medium scegliere, nella famiglia Rossellini, se non quello della macchina da presa?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
4.33 (3 voti)

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