TORINO 28 – “Scuolamedia” , di Marco Santarelli (Italiana doc)

ScuolamediaProlifera il cinema che racconta la scuola e le vite di chi dentro vi trascorre la propria esitenza o soltanto una parte, ma decisiva. Un mondo che soffre di molti mali che nessuno riesce a risolvere tanto da fare nascere il sospetto che i (pretesi) rimedi siano peggiori della malattia da guarire o, addirittura, che siano proprio i rimedi a costituire i mali.

Dopo il prezioso film di Maura Delpero Signori professori e dopo l’originale La classe docente va in paradiso di Valentina Giordano e in attesa di Una scuola italiana di Giulio Cederna e Angelo Loy nella stessa sezione di questo film, Marco Santarelli, romano, già autore di Interporto qui a Torino lo scorso anno, si cimenta, con questo suo Scuolamedia, nel racconto della scuola. La sua non è una scelta radicale volta a raccontare, a tutti i costi e in un’ottica sociale, il disagio o la marginalità. È infatti la casualità dei fatti a portarlo a Taranto dentro la  scuola media Pirandello, in una collocazione meridionale che non è un tema del film che trova la propria forza di impatto grazie a ben altre qualità.

La prospettiva di sguardo di Santarelli è sicuramente originale e altrettanto insolita è la scelta espressiva alla quale affida lo svolgersi del racconto. Santarelli interviene su una esplicita rimozione di qualsiasi forma narrativa tradizionale, (perfino, a volte, troppo connaturata al genere documentario) alla quale, quasi naturalmente, si accompagna l’esclusione di qualsiasi proprio intervento con voce fuori campo. Il suo film non è un diario, non è un racconto di drammi, Scuolamedia cresce sull’accumulazione progressiva di elementi narrativi, fatti, parole, immagini che sono state sapientemente montati in una progressiva frammentazione del racconto che risulta, per converso, straordinariamente compatto e il cui effetto è quello di giovare anche sulla tensione narrativa. Non va trascurato che questi risultati sono stati ottenuti grazie ad un’ottima qualità del girato che si avvale di una macchina da presa costantemente e insaziabilmente alla caccia di un particolare che sia in grado di raccontare la diseguale complessità.

L’esito del film rinvia alle sue attività preparatorie e ai tempi di lavorazione. Lo stesso regista ne racconta: due settimane di preparazione per conoscere gli insegnanti, i bidelli, “i grandi complici di questo film”, e i ragazzi, dice il regista, e quindi otto settimane di lavoro con la macchina da presa accesa, ogni giorno, per cinque/sei ore. Una quantità enorme di materiale girato, con una larga scelta finalizzata alle molteplici soluzioni narrative.

Scuolamedia, ricorda, nella sua struttura narrativa, l’infinita partita di pallanuoto di Palombella rossa. Una possibile e infinita giornata scolastica tra le mura della scuola media Pirandello. Una galleria di volti dai quali emergono pezzi di storie, gli studenti, il loro futuro, l’educazione sessuale, la musica, i temi della politica, del lavoro con l’Ilva dentro la testa e la paura di restare senza lavoro, la dispersione scolastica, i genitori, i resoconti periodici che valutano i progressi nello studio, il lavoro paziente e quotidiano di una preside ex sessantottina, quello altrettanto faticoso, ma appassionato degli insegnanti, i bidelli, i problemi quotidiani della segreteria scolastica, una specie di dietro le quinte dove si misura l’umanità dei rapporti. Un universo che vive su una coreografia del quotidiano che Santarelli ha saputo ricercare, trovare e offrirci attraverso un uso non comune della macchina da presa. Ricorderemo sicuramente il lavoro del regista romano per la sua capacità di rendere invisibile la sua presenza. L’oggetto macchina da presa, così invasivo e ingombrante, sembra smaterializzarsi nelle mani di Santarelli tanto da diventare una sorta di candid camera alla quale affidare le storie che quotidianamente vive la complessa umanità della scuola.

Scuolamedia ha la forza necessaria per raccontarci le molteplici direzioni in cui guardare per comprendere quel mondo, lo fa con semplicità che è sempre il frutto di un sapiente lavoro e di una profonda conoscenza delle cose, il che, in un’epoca di banale semplificazione, non è davvero poco.