TORINO 30 – "Chained", di Jennifer Lynch (Rapporto Confidenziale)

Chained, di Jennifer Lynch

Chained si muove in un'atmosfera di pura sickness che non spreca una briciola di azione e nel giro di pochi minuti ci scaglia nella favola disturbante, con un Orco (un grande Vincent d'Onofrio, il Male incarnato) e un Coniglietto che ha perso la mamma (che muore fuori scena: immediatamente e senza appello). Come nel precedente Surveillance, però, la Lynch non riesce a liberarsi dell'ansia di far bene e cede alla tentazione di fabbricare un finale posticcio con colpo di scena e spiegazione, quando l'orrore sarebbe stato assai più realistico se lasciato nella sua dimensione naturale: la totale assenza di senso e di misericordia, così ben rappresentata nei primi minuti

Chained, di Jennifer LynchL'idillio familiare resta in scena per pochi attimi e viene spazzato via dall'imponderabile: un papà apparentemente amorevole (Jake Weber) insiste perchè la moglie (Julia Ormond) e il figlioletto Tim di nove anni tornino a casa in taxi, dopo un salto al cinema per un film dell'orrore. Per ironia della sorte, il mostro si svela il tassista, con un'automobile che si chiama "Comfort": cattura mamma e bambino e li conduce in una fattoria isolata nella campagna canadese. Chained ribalta presto tutte le regole della vicenda di cronaca: non indaga, non produce pathos in sovrannumero, non perde tempo.
"Tua madre non tornerà mai più, rassegnati" dice al bimbo l'Orco Vincent d'Onofrio, e gli crediamo sulla parola: ogni violenza evocata nel film è inesorabile, burocratica senza spazio di opposizione: è un fatto. La casa dell'Orco, contro tanti stereotipi, è insieme repellente e linda (e nella sua struttura restano ancora i cenni dell'ingombrante immaginario paterno – le lampade dalla luce soffusa che segnalano i vari punti dell'abitazione, quasi come in una versione proletaria dell'abitazione di Lost Highway, o che scompaginano la mappa e la cronologia della visione, come in INLAND EMPIRE).

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Le regole vengono enunciate per noi, in questo film a tesi, che avrebbe potuto essere genuinamente disturbante, e per Tim, Pollicino, che diventa Cenerentola. Una Cenerentola bambino, ribattezzato Rabbit, che deve sottostare a leggi da fiabe crudeli: mangiare solo ciò che resta dal piatto dell'Orco, pulire con scope e spazzoloni, raccogliere i resti delle donne che l'uomo porta a casa, sevizia e uccide, raccogliere i loro effetti personali su due semplici mensole funzionali, nessun altarino mistico delle vittime. Tutto ci viene detto subito, senza giochetti e senza indugi: non assistiamo alla tortura, ma la respiriamo. L'unico tentativo di fuga del ragazzino inizia e neppure finisce, in una scena raggelante e sadica in cui D'Onofrio lo colpisce con dei sassi, come si lancerebbero a un animaletto, e disegna senza caricature uno dei killer più convincenti della storia. Cattivissimo, il corpo sfatto che ulula di rabbia a ogni gesto, con un impercettibile difetto di pronuncia, quasi demente: perfino le sue gambe robuste, sotto l'accappatoio, sono angoscianti. Bob il tassista non è la macchietta di un redneck, ma un mostro convincente, uno che potremmo incontrare anche domani. Domato, il bimbo può sedere ai piedi del mostro davanti alla televisione: uno scarto sinuoso, un momento di grazia, e il bambino, nella stessa posizione, con la stessa catena al piede, si è trasformato in un adolescente (Eamon Farren) vergine in tutto, un Tadzio da Morte a Venezia ma in pigiama, e in qualche modo inattaccabile dalla violenza, bellissimo come un prigioniero delle fate. Sono passati magicamente 10 anni.

Il rapporto tra i due è disegnato bene, con dialoghi essenziali: le lezioni di anatomia in cui l'Orco costringe Rabbit a impararecome funzionano gli esseri umani “sono come puzzle: figure fuori, pezzi dentro”, gli inquietanti lavacri del ragazzo al padre adottivo, il gioco di carte con i documenti delle vittime. Alcune scene poi entrano sotto pelle, frammenti di slasher di un'altra epoca (la gola tagliata alla puttana brilla nell'esatto istante in cui ride e barcolla, il modo in cui l'Orco deride le sue vittime, i lampi di ironia – “stai cercando di farmi diventare matto?” dice l'Orco al Coniglietto quando questi gli domanda perchè uccide.

Chained, di Jennifer LynchC'è un'intelligenza in Chained, nell'approccio alla follia: se da un flashback costruito come la visualizzazione di un incubo dell'Orco, in cui l'incesto e la brutalità segnano la sua vita, apprendiamo che c'è un trauma, nondimeno l'esposizione all'orrore, il calvario del bambino non lo segna, egli resta angelicamente “infuso” di umanità e non si trasformerà banalmente a sua volta in un mostro (forse). L'Orco, ossessionato dal donargli una “prima volta” (insieme sessuale e omicida) e festeggiare insieme la maturità del figlio adottivo (D'Onofrio è di nuovo immenso nell'esprimere un malsano orgoglio paterno) gli porta a casa una ragazzina: Hansel e Gretel rannicchiati nella gabbia. Da qui in poi Chained purtroppo ha un crollo: la misurata follia dell'Orco diventa quasi una parodia del Nicholson di Shining, e il Coniglietto corre verso un finale involuto e superfluo, in cui per rinascere come fenice dovrà uccidere non uno, ma due padri. Peccato.

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[Jennifer Lynch ci riproverà ancora con A fall from grace, ancora la storia di un killer, ancora con Vincent d'Onofrio, accanto a Tim Roth (e nel teaser, la voce di Bill Pullman, sempre dall'universo di David) e in qualche modo ha provato a spiegare le ragioni del fallimento del suo Hisssnel documentario Despite The Gods.
Chained uscirà in DVD e Blu-ray dal 6 dicembre, distribuito da Koch Media].

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