TORINO 30 – "Les nuits avec Théodore", di Sébastien Betbeder (Onde)

Les Nuits avec Théodore è un breve e straordinario viaggio filmato in una delle tante anime parigine: il parco di Buttes Chaumont. Luogo mistico dove due giovani si incontrano, si amano, trovano una identità nell'oltre la storia. Lo sguardo del giovane regista francese dimostra un’invidiabile libertà espressiva: un ritmico movimento tra privato e universale, vita e caos, individuo e società, che scandisce il tempo del cinema tra la frenesia immaginifica del giorno (i filmati dei primi del Novecento montati con attacchi sull’asse a sequenze odierne) e le ipnotiche inquadrature notturne (un silenzio pre(i)storico che accerchia i due amanti)

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C’è una strana e sottile tendenza che accomuna parecchi film di questo Torino 30. Ossia l’istintivo rifugiarsi di molti characters in luoghi e tempi altri, indefiniti, fuori da ogni coordinata “ufficiale”, accettata, civile. E per giunta in film diversissimi tra loro: dai capolavori di Leos Carax (Holy Motors) e Miguel Gomes (Tabu) al buon film indie americano di Matt Ross 28 Hotel Rooms: il cinema come rifugio oltre ogni l’immagin(azion)e. Ed è questa la strada intrapresa anche da Sebastien Betbeder in Les Nuits avec Théodore, breve (solo 67 minuti) e straordinario viaggio filmato in una delle tante anime parigine: il parco di Buttes Chaumont. Un luogo che gronda passato ed esperienza, considerato un tempio esoterico da molti e introdottoci nelle sua varie testimonianze filmate. Ma è anche un luogo che unisce per caso due destini, quelli di Thèodore e Anna, che si incontrano ad una festa ma vengono rapiti dalla “solitudine” del parco. Fanno l’amore, dormono tra l’erba, hanno trovato un loro spazio oltre lo spazio che li definisca come persone.

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Lo sguardo del giovane regista francese dimostra un’invidiabile libertà espressiva, associata a una colta e sperimentale ricerca musicale: si spazia dal materiale d’archivio alle interviste odierne che mappano i misteri del luogo; dall’intimità dei due giovani che consumano il loro amore notturno nell’antica villa situata nel parco ai visitatori che di giorno lo affollano. Un ritmico movimento tra privato e universale, vita e caos, individuo e società, che scandisce il tempo del cinema tra la frenesia immaginifica del giorno (i filmati dei primi del Novecento montati arditamente con attacchi sull’asse a sequenze odierne) e le ipnotiche inquadrature notturne di antiche pulsioni “naturali” (un silenzio pre(i)storico che accerchia i due amanti). Insomma, quello di Betbeber è un film che sa restituire un originario senso alla parola regia: come lo sguardo in macchina di Théodore che “sente” qualcosa nel parco, probabilmente la macchina da presa, probabilmente il frame che lo sta contenendo, probabilmente l’ennesima gabbia da cui dover fuggire….un momento di cinema potentissimo che fa letteralmente vacillare lo spettatore in sala.

Théodore soccomberà al misticismo del luogo, Anna resisterà tragicamente, ma è netta in entrambi la sensazione di una profonda crisi individuale (a proposito, quanto cinema della crisi in questo Festival…) affrontata in uno struggente dopo-Storia, oltre-sociale, fuori(da)sè. Perché nella vita quotidiana, fuori dai misteri del parco, non manca solo il lavoro o la prospettiva, manca addirittura l’aria da respirare! E Les Nuits Avec Theodore cerca di dare una forma a questo sentimento, procedendo per folgoranti epifanie visive che denotano una commovente fiducia nell’immagine cinematografica (il temporale parigino colto in una vertiginosa profondità di campo) e della sua storia (i vecchi filmati che significano ancora) dimostrando che le narrazioni più classiche hanno infiniti tempi e luoghi per essere ri-configurate.

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