Tremors e Welcome to Chechnya vincono il Festival Mix 2020

Si è chiusa domenica la trentaquattresima edizione del Festival Mix Milano, che si spera rimanga unica nella sua condizione d’emergenza e di cui abbiamo parlato con Priscilla Robledo, una dei programmer e responsabile dei rapporti internazionali. C’è chi pensa che realizzare eventi on line o in forma ibrida, come nel caso del Mix, sia più semplice, ma non è così: «È stato faticosissimo», spiega Robledo. «Molti festival senza grosso budget hanno rinunciato a realizzare un’edizione in presenza, noi invece abbiamo voluto farlo, anche se abbiamo un terzo dei posti prima disponibili [al Piccolo Teatro Strehler, a causa del distanziamento obbligatorio]. Proprio perché abbiamo passato mesi difficili volevamo portare un momento di socialità e convivialità. Abbiamo spostato le date da luglio a settembre, immaginando che finalmente ci saremmo potuti rivedere fisicamente. Ma il festival quest’anno si svolge in parte anche on line: questo perché il programma è di molto ridotto a causa del tempo necessario per sanificare la sala tra una proiezione e l’altra, e anche perché ci sono persone che ancora non se la sentono di uscire. Gran parte dei film si possono vedere su MyMovies, piattaforma solida di cui i distributori si fidano perché ha misure tecniche di protezione dei film, permettendo inoltre al festival di essere disponibile su tutto il territorio nazionale. Il claim scelto per il 2020 è Love Together, un richiamo all’intersezionalità delle lotte per i diritti, che rivendichiamo come festival politico che opera attraverso la cultura. Per partecipare ci si iscrive a Mix Milano APS, e per ogni tessera venduta l’associazione dona un euro ad una ong chiamata OutRight Action International, che ha deciso di sostenere con un fondo apposito le persone lgbt+ che hanno problemi economici a causa del Covid-19. Decideremo a chi dare i soldi, sicuramente ci piacerebbe scegliere un luogo dove gli eventi culturali sono stati soggetti a tagli, perché è lì che sono i nostri principali alleati. Inoltre abbiamo riservato una quota di abbonamenti “sospesi” a chi non può permettersi di spendere 15 euro per partecipare».

Per un festival è importante anche l’appoggio della politica locale e il Mix negli ultimi anni ha potuto contare su Filippo Del Corno, l’Assessore alla cultura che tornerà a fare il musicista a tempo pieno: «Abbiamo conferito un premio all’Assessore Del Corno non per piaggeria, dato che è all’ultimo mandato, ma perché ci ha sempre riservato tempo e attenzione. Ora ci auguriamo che la prossima amministrazione faccia lo stesso».

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Passiamo ora ai film vincitori: Tremors di Jayro Bustamante, che racconta cosa significhi essere omosessuale in una comunità tradizionalista del Guatemala (e che avevamo già recensito qui) è il miglior lungometraggio, Welcome to Chechnya di David France, che segue il desiderio di libertà dei ragazzi perseguitati nella Cecenia assoggettata a Putin, è il miglior documentario. The Conrads di Teryl Brouillette è il miglior cortometraggio. E per ogni categoria è stata attribuita una menzione: tra i lunghi La leyenda negra di Patricia Vidal Delgado, tra i documentari Libertà di Savino Carbone, tra i corti Unconditional Love di Rafal Lysak (Clicca qui per leggere le motivazioni dei giurati).

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Dell’intera programmazione è Welcome to Chechnya ad averci scosso maggiormente. Il regista e giornalista investigativo David France è, tra i documentaristi attualmente in attività e dediti alla questioni lgbt+, uno che ha raggiunto un pubblico vastissimo, avendo diretto anche AIDS – Cronaca di una rivoluzione (candidato all’Oscar e attualmente su Mediaset Play) e The Death and Life of Marsha P. Johnson (su Netflix). Il suo è un film di denuncia che prende le mosse da un reportage realizzato per un giornale russo sulle persecuzioni delle persone lgbt+ in Cecenia. Da allora la stampa non avrebbe più potuto ignorare cosa stava accadendo, ma un film sarebbe stato un modo per fare controinformazione arrivando a tutti. Non si tratta solo della documentazione di immagini forti che possono farci sentire impotenti di fronte alla crudeltà di cui è mandante il leader ceceno Ramzan Kadyrov, ma di un invito ad essere solidali. Mentre in Italia le associazioni lgbt+ hanno sportelli dedicati principalmente all’accoglienza dei migranti provenienti da altri paesi, gli attivisti di Russian LGBT Network sono impegnati nel favorire la fuga dalla Cecenia e poi da Mosca, dove hanno predisposto un rifugio temporaneo in attesa del riconoscimento del visto necessario per andare in Nord Europa o in Canada. È quindi fondamentale che i protagonisti non siano identificabili per non aggiungere ulteriori rischi a quelli già presenti. Per farlo, France adotta, dopo aver valutato altre soluzioni, un effetto digitale chiamato morphing, attraverso il quale sostituisce 22 volti con altrettanti visi di volontari americani. Lo scopo è salvaguardare i protagonisti, e in questo modo il documentario suggerisce che se ognuno di noi decidesse di fare la propria parte prendendosi a cuore la sorte di una persona molti potrebbero conquistare più facilmente l’agognata libertà. Sempre per non dare nell’occhio, la troupe non ha potuto portare con sé alcuna attrezzatura professionale, ma videocamere, GoPro e smartphone. È stata presa ogni possibile precauzione, perché l’obiettivo della polizia cecena è lo sterminio dell’intera popolazione lgbt+:si viene arrestati come se farne parte costituisse di per sé un reato, si viene torturati affinché si «confessi» l’esistenza di altri. C’è chi muore e chi viene riportato alla propria famiglia, cui si chiede di ucciderlo, e questo succede. Kadyrov nega tutto, sia l’omocausto in corso, sia l’esistenza stessa delle persone lgbt+. Come l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che rispondendo ad uno studente americano nel 2007 disse: «In Iran non ci sono gli omosessuali come nel suo paese. Noi non abbiamo questo fenomeno». Kadyrov è non a caso ritenuto il mandante degli omicidi degli oppositori del regime. In questi mesi in cui anche in Italia si dibatte di omo-lesbo-bi-transfobia, sia per la legge che dovrebbe combatterla, sia per le violenze che occupano le pagine dei quotidiani con una narrazione che di certo non aiuta (si pensi al caso della coppia formata da Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore) è importante, come fa Black Lives Matter, ricordare i nomi dei dissidenti – dal genere, dalla norma, per idee politiche o quant’altro – che vengono emarginati o addirittura assassinati. David France ci dice che abbiamo tutti una responsabilità, per lontani che possano essere i fatti di cui abbiamo notizia: non possiamo girarci dall’altra parte. Perché in fondo è ciò che non vorremmo vedere ciò che dobbiamo sapere, e che fa di Welcome to Chechnya un film necessario.

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