Una volta nella vita, di Marie-Castielle Mention-Shaar

L’opera è riuscita e il viaggio nel ‘viaggio’ che gli acerbi ragazzi fanno nella Storia e attraverso i piccoli cambiamenti del loro microcosmo emozionale ha una sua originalità

“Sono della banlieue, vengo da una famiglia islamica, e ho scritto un libro e un film sulla Shoah”. Sono le parole di Ahmed Dramé giovanissimo sceneggiatore di Les Hèritiers (Gli eredi) trasformato in Una volta nella vita. Dramé nel 2009, a 16 anni, vince con la propria classe, del liceo Léon Blum di Créteil, il Concorso nazionale della Resistenza e della deportazione. Il ragazzo, appassionato di cinema, decide di scrivere una breve sceneggiatura e di contattare la regista Marie-Castielle Mention-Shaar dopo aver visto il suo primo film Ma premiére fois. Da queste forti radici nella realtà e allo stesso tempo nella memoria nasce il film interpretato dallo stesso Dramé nella parte di Malik. Il nucleo attorno a cui è costruita questa storia di maturazione sono le lezioni di storia della professoressa Anne Gueguen (Ariane Ascaride – nel 2006 premio come miglior attrice al Festival Internazionale del Film di Roma, per il ruolo in Le voyage en Arménie). Vero motore dell’impresa che porterà un manipolo di ragazzi diversi (alcuni attori professionisti altri no) per cultura, religione ed interessi a stringersi attorno alla memoria di un evento così distante da loro ma alla fine molto più vicino di quanto avessero mai pensato.

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ll piccolo microcosmo di una classe multietnica diventa cassa di risonanza di tutte le questioni sulleuvnv2 quali la società occidentale deve ormai confrontarsi“, scriveva Leonardo Lardieri nella sua recensione de La classe di Laurent Cantet. Il film del regista di Ritorno all’Avana sembra essere il punto di riferimento per Marie-Castielle Mention-Shaar, come anche l’esperimento La mia classe di Daniele Gaglianone. Il ‘piccolo microcosmo’ di Una volta nella vita, sui cui la regista costruisce abilmente la prima parte del film dedicando ritratti sociologici non banali delle singolarità, si trova di fronte ad una prova quasi impossibile: quella di raccontare liberamente l’Olocausto dal proprio punto di vista di adolescenti occidentali del terzo millennio cresciuti nel magma multietnico e multireligioso della scuola pubblica laica francese.

Il film è del 2014 e visto oggi, dopo gli attacchi terroristici al giornale Charlie Hebdo e gli ultimi che hanno colpito al cuore sempre Parigi, appare quasi avere un problema di messa a fuoco. Ma sarebbe ingiusto. L’opera è riuscita, il viaggio nel ‘viaggio’ che gli acerbi ragazzi fanno nella Storia (l’incontro con un sopravvissuto ai campi di concentramento è molto toccante) e attraverso i piccoli cambiamenti del loro microcosmo emozionale ha una sua originalità. Alla fine si ritroveranno uniti e felici su un prato, apprezzando quella libertà e incoscienza negata ad un’intera generazione a cavallo della Seconda guerra mondiale. Sono gli eredi e per proprio per questo hanno grandi responsabilità.

Titolo originale: Les héritiers

Regia: Marie-Castille Mention-Schaar

Interpreti: Ariane Ascaride, Ahmed Dramé, Noémie Merlant, Geneviève Minch, Stéphane Bak

Distribuzione: Parthénos

Durata: 105′

Origine: Francia 2014

 

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