VENEZIA 66 – "Brooklyn's Finest", di Antoine Fuqua (Fuori Concorso)

richard gere e ethan hawke in brooklyn's finest di antoine fuquaRiparte da Training Day, il fenomenale Antoine Fuqua: riprende dal punto più alto a cui era giunto nel corso di una carriera fatta di action solidissimi come Shooter, e progetti meno condivisibili e più asetticamente impersonali come L’ultima alba.

Una filmografia con in mezzo quel Training Day, appunto, che aveva fatto esplodere in maniera indiscutibilmente lucida e potente uno stile turgido, secco ma portentosamente incalzante, figlio di un costante lavoro “per strada” a girare videoclip e riprese di concerti per star dell’hip-hop come Usher, e notevole per una attenzione ultrasostenuta agli aspetti della recitazione: la formula di quel film era in gran parte ritmo magistrale, Ethan Hawke e Denzel Washington.
E da Training Day, davvero l'opera più vicina a questo suo ultimo lavoro, Fuqua va a riprendersi proprio Hawke, impiegato in una nuova figura colta nel bel mezzo di un dilemma morale – Brooklyn’s Finest è una sorta di tris di istantanee di esistenze immobilizzate ad un punto di svolta che può rivelarsi fatale: oltre al personaggio di Hawke, tormentato da un senso di colpa fortemente cattolico (è devoto a San Michele che porta anche tatuato sulla schiena), c’è l’anziano sbirro di strada Richard Gere ad un passo dalla pensione, che ha fatto finta di non vedere quello che succede sui marciapiedi di Brooklyn per troppo tempo pur di riportare la pelle a casa; e l’infiltrato Don Cheadle, la cui vera vita è ormai quella passata nella gang di spacciatori capeggiata da un mastodontico, formidabile Wesley Snipes, il suo migliore amico ma anche l’uomo che dovrebbe incastrare.
Fuqua riesce a tirare fuori performances memorabili da ognuno di loro, nonché da un manipolo di personaggi secondari wesley snipes e don cheadle in brooklyn's finest di antoine fuquache illuminano i bellissimi, sorprendenti momenti che il film dedica alla quotidianità intima di questi tre tormentati tutori della Legge: da Lili Taylor a Ellen Barkin, passando per un meraviglioso Vincent D’Onofrio, a cui il regista fa recitare nel prologo un lungo monologo sul Bene il Male che a conti fatti traccia la direzione problematicamente “interiore” poi intrapresa dalle parabole del film.
Il resto, anche stavolta, sostanzialmente lo fa il gran ritmo, alla velocità marziale e sostenuta dei violenti brani gangsta rap della colonna sonora; una regia priva di fronzoli, con un occhio alla massiccia inattaccabilità di certe produzioni degli anni ’80 (il fermo immagine sul primo piano nell’inquadratura finale parla chiaro…) e una fotografia dai toni inusitatamente caldi; e l’incredibile equilibrio che Fuqua riesce a costruire gestendo uno script stratificatissimo e probabilmente a rischio di un eccessivo schematismo nella sua struttura da dolente allegoria morale: il modo in cui il regista orchestra le traiettorie della mirabolante catarsi finale senza farsi imprigionare nella trappola della compiaciuta trovata di scrittura “a orologeria”, non può dirsi altro che miracoloso.