VENEZIA 66 – "Paraiso", di Hèctor Gàlvez (Orizzonti)

Polvere, terra e pietre. Un paesaggio aspro e sterile, tanto ostile quanto terribilmente affascinante. A Paraiso, sobborgo periferico di Lima, bisogna imparare a sopravvivere in fretta se non si vuole correre il rischio che l’aridità di quella terra finisca col soffocare persino i sogni. La spensieratezza dell’adolescenza è solo un miraggio per i cinque giovani protagonisti di questo film del regista peruviano Hector Gàlvez, costretti già alla loro età a districarsi con coraggio tra le difficoltà di una vita fatta di povertà e stenti. Devono agire senza riflettere troppo; e l’azione, talvolta vuota e ripetitiva ma sempre molto efficace, è il solo mezzo di comunicazione tra questi personaggi e lo spettatore. Nessuna possibilità di approfondimento psicologico, nessun tentativo di suscitare facile compassione; soltanto una coraggiosa asciuttezza stilistica e tanta fisicità. Fisicità nell’uso della macchina da presa, fisicità nei personaggi, fisicità nel paesaggio.
Joaquin, Antuanet, Lalo, Mario e Sara tentano di intraprendere il loro cammino lungo una strada che – evidentemente – non garantisce la certezza di un arrivo. I rapporti causa -effetto non sono poi sempre così scontati, e allora la vaga possibilità di una certa linearità narrativa deve cedere il passo ad una circolarità ridondante e ossessiva, ma decisamente funzionale allo stile realistico del film.
Deciso a lanciare una sfida nei confronti dello sguardo, Gàlvez fonda la sua narrazione sulla costruzione di un’immagine centripeta che costringe lo spettatore ad una visione lenta e contemplativa, decisamente incompatibile con gli sfrenati ritmi percettivi cui siamo costretti dalla vita moderna. Si rinuncia persino all’inserimento di brani musicali extradiegetici pur di non interrompere mai quel filo di intimità che percorre il film dall’inizio alla fine.
Ascrivibile – con buona approssimazione – alla grande famiglia della “modernità cinematografica”, Paraiso calca con decisione le orme di una lunga riflessione sul linguaggio che non sembra aver esaurito  le sue scorte col passare del tempo. Forse, in alcuni passaggi del film, si potrà avere la sensazione di trovarsi di fronte ad un’opera acerba che stenta a lasciar correre il flusso della narrazione e finisce per virare verso la descrizione. Ma non è forse questo l’eterno dilemma del realismo? E allora limitiamoci per il momento ad evidenziare i notevoli margini di miglioramento di un regista che, stando a questa sua opera prima, lascia già intravedere dei luminosi orizzonti.