VENEZIA 70 – “Shuiyin Jie (Trap street)”, di Vivian Qu (Settimana della Critica)


In Shuiyin Jie l’incubo kafkiano che si annida nella metropoli cinese, sotto l’occhio della sensibile Vivian Qu, si fa narrazione densa, concettualmente incalzante e pacata nella sua messa in scena. La sintesi narrativa tra i due piani del racconto, quello d’amore e quello dell’oscuro incubo di un invisibile pedinamento, è uno dei pregi non trascurabili di questo film

Diviso tra una modernità che si manifesta attraverso l’uso di avanzate attrezzature tecnologiche destinate al controllo pervasivo di ogni aspetto della vita quotidiana e una normalità attorno alla quale si sviluppa una consueta storia d’amore, Shuiyin Jie (letteralmente Via Trabocchetto) della cinese Vivian Qu, offre un’occasione più che interessante per riflettere sulle scelte della nostra civiltà, sui progressi che si sono fatti e che consentono un invasione – che stiamo decidendo di accettare supinamente – delle nostre esistenze private. Un controllo che abbiamo deciso di accettare affascinati da una tecnologia sempre più raffinata, più miniaturizzata e sempre più a portata di mano.

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Li Quiming incontra occasionalmente Guan Lifen se ne innamora e la segue. I due si conosceranno e nascerà l’amore. Il lavoro che svolge Guan è misterioso e lei non ne parla mai. Un piccolo e apparentemente banale incidente stravolgerà per sempre l’esistenza di Li.

L’incubo kafkiano nella metropoli cinese, sotto l’occhio della sensibile Qu, si fa narrazione densa, concettualmente incalzante e pacata nella sua messa in scena. Dentro una quotidianità metropolitana che vive ancora sui retaggi di una cultura rurale o comunque lontana da ogni concetto di modernità, si sviluppa l’anomala storia d’amore tra i due personaggi.

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Mappe, longitudini e latitudini, telecamere nascoste formano l’apparato che fa da contraltare alla vicenda dei due innamorati e che nel contempo, sul sospetto di un furto di informazioni segrete è pronto a rubare la vita del giovane Li. Un personaggio, il protagonista maschile, destinato a cercare i segreti. La sua professione di ingegnere topografico lo fa essere specialista di mappature dei luoghi per conto di una società che svolge attività con il sistema satellitare. La sua mania di definire latitudine e longitudine dei posti serve a preconizzare lo sviluppo successivo della storia.

Il mistero di cui la Guan è portatrice si annida proprio tra le pieghe di una strada, di un posto quasi segreto della città che sembra non si debba neppure riportare neppure sulle carte. L’ossessione del controllo per Li si ferma sulla via Trabocchetto, quella del potere non ha freni e si impadronisce delle vite delle persone senza scrupoli stravolgendo, perfino, le più elementari regole dell’accusa e della difesa. Non sarà chi accusa a dovere dimostrare le colpe, ma l’accusato a provare di non averle commesse. Il film, assume quindi via via un altro aspetto e la romantica storia d’amore lascia il posto all’incubo misurato, ma non per questo meno disturbante di cui resta vittima il protagonista.

Sono comprensibili i problemi di censura per un film che ha rischiato di non potere essere compreso nel programma.

Vivian Qu ha realizzato un film apparentemente dimesso che sembra guardare con distacco a qualsiasi sterile enfatizzazione d’autore. Proprio in questa dimensione di rigorosa umiltà, vanno ricercati i pregi collaterali di un film come Shuiyin Jie. Primo fra tutti la sintesi tra i due piani del narrativi, il perfetto amalgama tra il racconto d’amore e l’incubo di un oscuro e invisibile pedinamento condotto da un potere senza volto come accade nella sequenza che vede il padre del protagonista contrapposto al funzionario politico mai inquadrato e le cui infide minacce spaventano l’interlocutore. Lo sguardo del film è universale, ma certamente la Cina non era distante da pensieri della sua autrice.

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