#Venezia72 – Bagnoli Jungle, di Antonio Capuano

Film di Chiusura Fuori Concorso della Settimana della Critica, è guerrigliero e sgangherato, sembra fatto da riprese rubate, digitale clandestino, anarchia sgranata in pixel, sgraziato e istant(aneo)

Tornando in quella Napoli sulfurea e soprannaturale in cui Leopardi rischiava la peste nello straordinario Giovane Favoloso, Mario Martone sembrava invitare a riaprire le porte della visionarietà a tutta la generazione dei “vesuviani”, che tanto aveva giocato negli anni ’90 con una trasfigurazione della città partenopea in una sorta di inferno surreale abitato da anime senza tempo condannate a vagare lungo incroci di epoche e di dimensioni.
Antonio Capuano non se lo lascia ripetere e con questo film guerrigliero e sgangherato tira fuori il suo lavoro più vicino alla rabbia iconoclasta degli esordi, distaccandosi da sue opere più pacate come La guerra di Mario o L’amore buio.
Proprio quello che era il piccolo Mario nel fortunato film con Valeria Golino ritorna nell’episodio finale dei tre che compongono l’opera. Marco Grieco, l’attore bambino, è adesso un 18enne che porta la spesa a casa a piedi per Bagnoli ai vari clienti di un alimentari, si ferma a chiacchierare con dolentissima umanità varia, e conquista la bella ballerina Sara che lo inizia alle gioie della protesta condivisa portandolo per la prima volta in un Centro Sociale – ma solo dopo avergli offerto un saggio di danza su Petrushka in mezzo alle buste di rifiuti e ai cassoni della monnezza per strada.

Impossibile non affezionarsi allora ad un progetto del genere, soprattutto negli istanti in cui si fa maggiormente sgraziato e istant(aneo), attraversato da assurdi squarci apocalittici in un After Effects clamorosamente alieno, con stile schizzatissimo e senza posa come le potenti rime di hip hop in napoletano eseguite in scena da giovani rapper in diversi momenti delle vicende.
Vale a dire che il cuore di B.J. (che sta sia per Bagnoli Jungle che per blowjob, pratica ritornante nei momenti d’amore delle varie storie…) abita più di tutti dentro Giggino (Luigi Attrice, strepitoso), il maratoneta instancabile e disperato del primo frammento, ladruncolo e poeta da ristorante costretto a mille truffe, mille fughe e mille espedienti per portare a casa la giornata. Un ritratto di grande potenza proprio nella misura in cui sembra tenuto insieme da riprese rubate, digitale clandestino, anarchia sgranata in pixel dall’operatore che si chiama Antonio Capuano scritto al contrario.

Il racconto centrale, dominato dall’istrionismo del mattatore delle scene e dei set napoletani Antonio Casagrande, che per Capuano riesuma per un istante anche la sua storica maschera di Don Liborio, è quello che soffre di più della sua impostazione da camera, che permette a Casagrande di imbastire su richiesta del boss ‘O Brillante un lungo monologo da fuoriclasse sull’ultima notte di Maradona a Napoli, per poi circuire Olena, la tenera badante dell’Est.
Ma è proprio ai pensieri e ai ricordi del personaggio di Antonio, per una vita intera operaio dell’Italsider di Bagnoli, che il regista affida il toccante messaggio del film, mentre il suo drone gira intorno al cadavere arrugginito e cadente dell’enorme fabbrica, “il colosseo di Bagnoli”, monumento inconsapevole e mostruoso agli schiavi del lavoro.

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