#Venezia73 – À jamais, di Benoît Jacquot

Da Bodyart di De Lillo l’autore di Tre cuori riesce a trovare una sua tonalità, una tensione sonora tra il melodramma e l’horror psicologico. Fuori concorso.

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Si inizia con un regista, Jacques Rey, che ha appena presentato il suo ultimo film in una rassegna. È accompagnato dall’attrice musa che è anche la sua amante. Lui è Mathieu Amalric e lei Jeanne Balibar, alcuni anni fa coppia anche nella vita. La proiezione inizia e i due abbandonano la sala, poi si dividono. Lui si imbatte nella performance di una giovane artista teatrale. Si guardano. Scatta una scintilla. Lui aspetta che lei finisca, la segue. La convince a salire in moto e a scappare via. Dormono insieme. Iniziano una relazione e si trasferiscono in una sperduta casa di campagna, circondata da silenzio, vento, rumori strani. L’inizio –come spesso capita nel cinema di Jacquot – è folgorante. Tanti possibili film uno di seguito all’altro, ognuno con un suo ritmo e una sua possibilità di sviluppo. E la promessa della prima parte viene mantenuta fino in fondo. La donna si chiama Laura e Jacques se ne innamora a tal punto da dimenticare l’amante precedente e da scrivere un film per lei – perché come ogni regista francese non può pensare e scrivere un film senza essere innamorato di una donna. Il processo creativo è però interrotto dalla morte di lui. E a questo punto À jamais diventa un film sull’ossessione e su un fantasma. Laura – interpretata dalla giovane Julia Roy, qui anche sceneggiatrice – rimane giorno e notte sola in casa a immaginare la presenza del suo compagno. Ripete rituali, immagina dialoghi, sente rumori. A volte lo vede e simula persino la sua voce. Da artista elabora il lutto come fosse una performance ripetitiva e automatica con cui rivivere il desiderio e la persona amata su di sè. Forse sta trasformando il dolore in un’opera d’arte, o forse il dolore stesso è sempre stato un’opera d’arte.

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La base di partenza è il famoso testo letterario di Don de Lillo, Bodyart, apparentemente lontano dalle corde del regista francese. Eppure l’autore di Tre cuori, complice anche la firma produttiva di Paulo Branco, riesce a trovare una sua tonalità, una tensione sonora tra il melodramma e l’horror psicologico. Ne viene fuori un’opera intensa, sussultoria e velata tra la luce del giorno e il buio della notte. In un capovolgimento di proiezioni sessuali molto in stile nouvelle vague, ma allo stesso tempo innovativo rispetto alla tradizione, l’immagine della donna amata viene sostituita da quella dell’uomo. E il primo piano di Mathieu Amalric diventa l’astrazione romantica di un film, dove è il corpo femminile di Julia Roy ad assorbire il campo energetico della vita e dell’arte.

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