#Venezia73 – Tommaso, di Kim Rossi Stuart

È come se Rossi Stuart non riuscisse a trovare il linguaggio più adeguato per raccontare quel che vuole. Va fuori registro. Ma è proprio questo il segreto struggente del film. Fuori concorso

Tommaso era il nome del piccolo protagonista di Anche libero va bene, l’esordio alla regia di Kim Rossi Stuart, ormai dieci anni or sono. Questo secondo film ha, dunque, il sapore di un ritorno. Ma il Tommaso di oggi non è lo stesso di allora. Oggi ha i movimenti forsennati di Rossi Stuart (padre in Anche libero va bene) ed è un uomo sulla quarantina. In preda a paure, fisime, panici più o meno ingiustificati. E soprattutto incapace di gestire il rapporto con l’altro sesso. Ogni donna incontrata è un carico di ansia, che apre distanze, squarci insanabili, ferite via via più profonde. E da lì altre insicurezze, in un circolo vizioso senza fine. Tommaso prova ad amare le donne, ma non ne sa leggere gli sguardi, i desideri e i bisogni. È, in realtà, incapace persino di sedurle, non sa neanche parlar loro, stabilire il minimo dialogo. Le segue, le immagina nude, spogliandole, letteralmente, con gli occhi, sogna di strofinarsi tra i loro seni. Ma al primo approccio, va nel pallone. “Io voglio un rapporto vero, profondo, capisci!” urla a Sonia, la cameriera coattella che sta giocando con i suoi sensi e la sua immaturità. Ma che vuol dire? Voglio un rapporto vero… presuppone che la gran parte dei rapporti siano finti. E che ce ne sia pochi giusti, pieni, densi. Quanti in una vita? Uno, due? E parliamo di rapporti uomo donna, senza contare gli altri… Mhm, forse è vero, forse il resto, la gran massa delle relazioni è tutta una conversazione tangenziale (quella che ad alcuni di noi manca, come diceva l’amico Leonardo, per questo non siamo in grado di distinguere), è tutta una finzione, una posizione di comodo. Tommaso vuole l’amore, ma è troppo piegato su stesso per trovarlo, troppo concentrato sulla paura per costruirlo. E quindi si aggrappa ai nei, ai difetti dell’altro, per non dover fare i conti con se stesso. Ma chi è che non fa così?

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È strano. Se stessimo qui a pesare con la bilancia di precisione, bisognerebbe considerare Tommaso, probabilmente, un film pieno di difetti. È felicissimo negli attimi in cui materializza le fantasie sessuali. Ma per il resto sembra fuori registro, un po’ come tutte le interpretazioni al limite della forzatura. Con lo stesso Kim Rossi Stuart che esagera il gesto, lo carica di accenti comici e impacciati, per poi esplodere in momenti di rabbia che sfiorano l’artificio. Quasi il contrario della sua recitazione, in cui il corpo pare assorbire e portarsi addosso i segni di tutto… Il fatto è che il film – e il personaggio di Tommaso in particolare – ha un’anima truffautiana quasi inconsapevole, consumata in questa incapacità di rassegnarsi alla realtà dei passaggi, delle perdite, dei distacchi, e tesa a un assoluto incatturabile. Un’utopia che rischia di diventare una prigione. Ma è una suggestione sotterranea che si perde in una forma che oscilla su altri cardini, più “consoni” al cinema italiano. Sta tra l’osservazione, la caricatura e la metafora. E nell’oscillazione, il comico non pare più essere comico, l’onirico non è più onirico. E la realtà? Mah. Non si riconoscono più le cose, come se non ci fossero più le parole per dirle. Forse è questo il punto, il segreto del film. Ed è un segreto struggente, toccante. È come se Rossi Stuart non riuscisse a trovare il linguaggio più adeguato per raccontare ciò che gli sta davvero a cuore. E allora li sfiora tutti, per respingerli e abbandonarli un attimo dopo, come Tommaso fa con le donne. Va fuori registro perché non c’è registro che tenga… Non c’è uno spazio sicuro da abitare, neanche l’eremo tra i boschi, minacciato dalle processionarie. Tommaso non ha un abito, li cambia all’inseguimento di un ruolo definito, di una posizione sentimentale ed emotiva che non sia più precaria. Sogna il suo film, ma è un film che non si farà, perché non c’è niente da dire. Va alla ricerca del bambino che era, per trovare il se stesso di oggi. “Ma dove cazzo è andato sto bambino?”. Si è nascosto forse dopo il grande trauma, l’abbandono originario della madre, quella che aveva lasciato il piccolo Tommi di Anche libero va bene e che ora torna, con il volto di Dagmar Lassander che ci riporta a un altro spazio tempo del cinema e della nostra giovinezza di voyeur. Ma è un’altra figura che non risolve. Tutti i bambini si sono persi, in qualche attimo che non riusciamo o non vogliamo ricordare. E non tornano a colmare i vuoti, che stanno lì, come caverne scavate nel cuore. Senti cosa dice il cuore? Solo suoni cavernosi… Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua… ma come? Tommaso è un alieno, un mostro. È inadeguato, fuori norma… eccezionale. Ma tutti lo siamo, diceva una donna… E perciò coltiviamo la nostra eccezione. Noi coi vuoti dobbiamo stare. Per intravedere il pieno di qualche brandello di verità.