#Venezia74 – Gatta Cenerentola, di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone

Nella Napoli amniotica di Gatta Cenerentola galleggiano un po’ tutti: le figure, animate in CGI 3D e che si muovono con gestualità esasperate e circolari, come se nuotassero; i tempi, che vedono confluire passato e presente sullo scenario di una Napoli che assomma tanto i tocchi retrò quanto l’entusiasmo avveniristico delle grandi utopie futuriste degli anni Dieci e Venti; e la presenza a se stessi, che dona vita a una storia di fantasmi dove figure olografiche fanno capolino nelle azioni, uniche custodi di un passato che aiuta a interfacciarsi meglio con il presente e i suoi drammi.

La celebre fiaba popolare, ripresa in particolare dalla versione di Giambattista Basile, assume così il sapore di un’operazione che è rievocazione e innovazione allo stesso tempo: stavolta la Cenerentola di turno è l’unica figlia del geniale Vittorio Basile, una sorta di Howard Stark marveliano in salsa napoletana, che ha costruito una nave con tanto di innovativo “registratore virtuale”, in grado cioè di riprodurre gli eventi sotto forma di ologrammi. Ma l’uomo è anche un milionario i cui possedimenti fanno gola al boss Salvatore Lo Giusto, che lo uccide per questo, ma potrà fare sua la ricchezza solo quando Cenerentola non avrà raggiunta la maggiore età. Nel frattempo, a prendersi (poca) cura della ragazza ci penserà Angelica Carannante, vedova dell’inventore e amante segreta del boss: gli ingredienti della perfetta tragedia e fiaba ci sono tutti, si tratta allora di portarli avanti con la sfrontatezza di un progetto impossibile.

gattacenerentolaangelicaAlessandro Rak e i suoi colleghi, cui già si deve l’interessante esperimento de L’arte della felicità, affrontano così la sfida di un lungometraggio d’animazione adulto, ma in grado di riverberare la forza poetica del cartoon più classico. Gli scenari barocchi, la notevole profondità di campo, le scene di massa e la verve attoriale dell’autorevole cast di doppiaggio non fanno mai venir meno lo stupore per una realtà avveniristica eppure decadente, attraversata da un perenne pulviscolo che dona una qualità torbida e liquida agli ambienti. La scelta conseguente di lasciar attraversare questo spazio così fisico e allo stesso tempo così evanescente alle figure tecnologico-spettrali dona ulteriore livello alla trasparenza di un progetto che raggiunge punte di sense of wonder larvatamente miyazakiano. L’unione fra una visualità deliziosamente satura e un design più schiettamente digitale non fa che riverberare ulteriormente il sapore di una forte napoletanità: caratteristica peculiare, dopotutto, di una tradizione e una città da sempre in bilico fra gli opposti e capace di trarre il bello dall’orrore, e la tragedia dalla fiaba.