#Venezia74 – Suburra – La serie, episodi 1 e 2, di Michele Placido

Nuove avventure di Aureliano Adami “Numero 8” e Alberto Anacleti “Spadino”, questa volta a puntate, su Netflix, a metà tra il prequel e la variazione sul tema in confronto al romanzo di partenza e al film di Stefano Sollima di due anni fa: alcuni personaggi hanno cambiato volto nel passaggio dal grande schermo allo streaming, altri mantengono l’interprete originario, tra cui appunto Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara, insieme al Samurai di Claudio Amendola (il testimone qui passa a Francesco Acquaroli) probabilmente le figure diventate da subito maggiormente di culto dell’intero affresco sulla malavita capitolina e dintorni.


Numero 8 e Spadino posseggono quell’esagitazione endemica che Michele Placido, sopraggiunto alla regia dei primi due episodi (la mdp sarà poi condivisa nell’intera stagione con Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi), riconosce istantaneamente come una traccia perfettamente assimilabile al suo cinema epidermico, sempre alla ricerca della maniera attraverso cui far eccedere le performance attoriali e l’inquadratura stessa (affidata all’abituale collaboratore della fase attuale del regista, Arnaldo Catinari).

E’ così che Borghi e Ferrara vengono spinti costantemente al limite, in un lavoro di caratterizzazione che assume tutti i rischi della deriva grottesca, della stilizzazione ridanciana: sorrisi nervosi, sguardi impazziti e tic ritornanti (come la passione per il ballo di Spadino) vengono sezionati da Placido dai personaggi originali e esplicitati ad un volume superiore, quasi a rispondere a certe scelte formali di musiche, montaggio e color grading chiaramente dettate dalle esigenze comuni e condivise del look di serie “d’esportazione”.
I primi due episodi lavorano soprattutto sull’improbabile alleanza tra i due virgulti della malavita rispettivamente zingara e autoctona di Ostia, con la complicità del “cittadino” Lele (la new entry Eduardo Valdarnini, decisamente schiacciato dall’ingombrante resa fisica dei suoi colleghi di scena), per ordire un raggiro ai danni di un Monsignore dedito alle orge e alla droga, seppur lascino intendere anche la linea narrativa tra i palazzi del potere, a seguire l’onorevole Filippo Nigro.

Ma dove ritrovi il tocco di Placido è nell’attenzione sensibilissima ai personaggi femminili, Claudia Gerini intrallazzatrice in Vaticano, Barbara Chichiarelli sorella di Aureliano già lanciata verso una carriera di boss della mala, Lorena Cesarini la prostituta di Termini, ma anche la giovane sposa gipsy promessa di Spadino: con l’abituale capacità di lavorare sui ruoli delle donne, il regista trasforma ognuna di queste figure in traiettorie pronte ad esplodere.
E se le linee narrative non sembrano da queste prime due ore particolarmente sorprendenti o poco abituali nell’universo Sollima/De Cataldo, l’attenzione alla Roma che la serie mette in scena andrebbe studiata anche dallo stuolo di cineasti impegnati di questi tempi nel racconto di una Capitale oscura e apocalittica: il lavoro sugli scorci dell’Eur, della stazione, del centro e dei non-luoghi della metropoli come la leggendaria piscina mai completata di Calatrava è forse l’elemento di maggior interesse del prodotto, in grado di attraversare una Urbe di inedito sfacelo post-industriale, difficilmente registrabile nei ritratti che girano altrove di recente.