#Venezia75 – Amanda, Mikhaël Hers

Amanda solo molti anni dopo avrà compreso che una partita di tennis non è mai finita fino all’ultima palla giocata e che, soprattutto, la vita non finisce mai di stupire e ci indica da sola dove trovare l’energia per superare i traumi di un incidenti e delle occasioni più terribili.
Il rischio che Mikhaël Hers (Ce sentiment de l’été), realizzando un film in fondo semplice come Amanda, decide di prendere non è trascurabile. Toccare il terreno del terrorismo, senza farne un’analisi sociologico-politica, senza entrare nella complessità del fenomeno alla ricerca delle cause, farà storcere il naso a molti. Catturare l’attimo storico, senza guardare alle conseguenze sociali che il gesto folle che un omicidio collettivo come un attentato terroristico comporta, potrebbe costituire quindi una specie di peccato originale dal quale potrebbe essere difficile risollevarsi. Ma il quarantenne regista parigino decide di correre il rischio e piuttosto che un film sul presente sembra realizzare un film sul futuro, dove i sentimenti che lo percorrono diventano cura necessaria a ricostruire il tessuto vitale attorno alle gravi ferite che si sono aperte nella vita di Amanda e dello zio David che le farà da tutore.
In linea con una certa cinematografia francese che, in realtà ormai da tempo, sa utilizzare molto bene le dinamiche familiari, rendendo credibili ed efficaci i dialoghi che si intrecciano tra i protagonisti – segno evidente di una scuola che non manca di lasciare tracce da seguire – Hers si innamora di una minimalità assoluta e senza apparentemente, come si diceva, badare agli effetti sociali e a quello che è sicuramente nelle nostre metropoli diventa dramma collettivo, il suo sguardo si fa acuto su una particolare situazione e immagina il presente, ma al contempo, sembra guardare al futuro, di una bambina che, all’improvviso, perde il principale punto di riferimento e deve, giocoforza, costruirsene altri, immaginare che la partita, comunque, debba essere giocata fino alla fine. Così David e Amanda provano a ridefinire il concetto di famiglia, fondato non sul legame genetico, quanto piuttosto sui postulati sentimentali che i due provano a condividere, la piccola Amanda con le sue esigenze infantili e lo zio, ventiquattrenne, con l’invenzione quotidiana di questa nuova paternità che si trova tra capo e collo, quando avrebbe bisogno di curare la propria vita, i propri legami sentimentali e il proprio futuro.
Il racconto di Hers, in questa prospettiva, si trasforma in storia collettiva, avendo il pregio di cavare dalla piccola vicenda, il senso del vuoto dell’assenza, del vuoto delle parole mancanti e di rimarcare, quanto di questa assenza si renda evidente nei piccoli gesti in tutto ciò che diamo per scontato, che fa parte di quella vita quotidiana che dimentichiamo in fretta e che appare senza peso, quasi da buttare via. Il film di Hers forse non sarà geniale e sicuramente troverà accuse di facile sentimentalismo, di buonismo a tutti i costi. Ma questo racconto a prima vista legato alla languida poesia di un’orfanella, traduce, invece e anche più largamente, il senso del futuro e ci obbliga a chiarire quali siano i futuri di questi bambini, già oppressi, come al tempo delle guerre – che apparentemente loro non hanno vissuto – lo erano quelli che oggi sono i nostri nonni o sono stati i nostri padri e le nostre madri. È per questa ragione che Amanda smette di essere un film sulla contemporaneità per trasformarsi in una riflessione sul futuro e sulla paura, sulla fiducia, ma anche sull’assenza, sull’insicurezza, sul controllo di Polizia anche al parco. La riflessione di Hers, in fondo è semplice, ma non semplicistica e non risolve il problema (come potrebbe d’altra parte?), ma prova a riflettere, prova a dare una piccola e forse minimale risposta che è l’unica sensata che si possa dare ad una bambina di sette anni che da un momento all’altro si ritrova sola o quasi e ancora non può comprendere neppure per quale ragione tutto ciò sia accaduto.