#Venezia75 – The nightingale, di Jennifer Kent

Molte le aspettative in ballo per l’arrivo di Jennifer Kent nel concorso veneziano: l’unica donna tra gli autori della competizione 2018 è anche la regista di un horror particolarmente inventivo, divenuto un caso tra gli amanti del genere, Babadook. Ma la cineasta di Brisbane abbandona presto le atmosfere del fortunato esordio immergendo il suo Nightingale in quella sostanza corrosiva e acida che colpisce le immagini di buona parte di questa generazione di cineasti australiani (viene in mente subito David Michod, per esempio). Il nuovo film di Jennifer Kent adotta infatti una prospettiva dal carattere nerissimo, livido come la fotografia supercontrastata con cui la regista racconta di Clare, detenuta irlandese che cerca di sopravvivere – e poi di controbattere – alla violenza cieca e primordiale della Tasmania del 1825.


Niente colonna sonora, messinscena spietata che registra con freddezza stupri, uccisioni di anziani, neonati e bambini poco più grandi, esecuzioni sommarie e tra le fila dei galeotti e tra quelle degli aborigeni, e tutto il campionario di mostruosità commesse dai soldati britannici del film, impegnati nella colonizzazione d’Australia.

Chi s’aspettava che la componente aborigena della vicenda – la guida di nome Billy che accompagna la donna nel suo viaggio di vendetta con le sue lance ma anche con tutto il corredo di danze rituali e arcaiche maledizioni – potesse scatenare la vena magica e soprannaturale di Kent, deve accontentarsi di un paio di presentimenti e di allucinazioni che colpiscono la povera Clare mentre vaga per le disumane montagne e foreste di una natura disperata e aspra.
Per il resto, The nightingale si mostra come una sorta di revenge movie riluttante, in cui l’eroina più volte tentenna davanti alla possibilità di compiere la propria rivalsa, se non proprio fugge una volta giunta a fronteggiare il proprio intollerabile usurpatore, l’ufficiale Hawkins (Sam Claflin, letteralmente fuori dai suoi territori più convenzionali). Una situazione estenuante che Kent reitera, quella di Clare che pare davvero cambiare idea incappando nell’uomo, sia nella sezione wilderness del film che nell’ultimo atto ambientato nell’avamposto “civilizzato” di frontiera. Una tensione tra i due che non nasconde un animalesco aspetto prepotentemente sessuale, e infatti più la donna lo lascia andare senza punizione, più Hawkins reagisce alzando progressivamente l’asta della propria scia di sangue e morte, quasi fosse Clare, con la propria indecisione, la reale responsabile di quei crimini.

L’arco dell’apologo è enunciato dunque con una chiarezza che si fa forma fin troppo essiccata dell’immagine esemplare di un Paese nato nel sangue e nella sopraffazione, ma è come se l’intento affermativo finisse per bloccare la potenzialità dell’apparato, mai davvero espressa se non ad intermittenza, al cospetto con la natura letale di queste wastelands, rocce insidiose e torrenti in piena.
La componente umana resta insomma affidata allo sforzo – notevole – degli interpreti, Baykali Ganambarr nel ruolo di Billy, angelo custode che scompare e riappare con facilità tra gli alberi come se si originasse puntualmente dal paesaggio, e la nodosa, ancestrale Aisling Franciosi, alla quale tocca portarsi sulle spalle l’impianto del film e tutta la frustrazione che ne innerva i passaggi.